Michele Minisci porta i concerti alla Ale House di corso Mazzini

Faenza | 08 Aprile 2017 Cultura
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Quando in febbraio ho saputo che Gianfranco (Amadori) e Walter (Scarpi) avevano inventato la ‘birra blues’ ho capito che con loro c’era più che un’affinità, qualcosa insieme potevamo, e forse dovevamo, realizzarla». Michele Minisci, storico titolare del Naima club di Forlì, racconta così la «scintilla» che farà nascere il «più piccolo blues club del mondo», alla Ale House di Faenza, in corso Mazzini 39, a partire da sabato 8 alle 18.30. Nel piccolo locale (33 posti a sedere) si esibirà il MaLi Blues Trio di Lisa Manara, mentre sabato 22 è già in programma il concerto del batterista Vince Vallicelli con Gionata Costa dei Quintorigo al violoncello. Artisticamente parlando, una partenza col botto, e ci si aspetta che la città risponda bene a questa novità.
«Gianfranco e Walter li ho conosciuti ai concerti – ricorda Minisci -, sono degli appassionati e parla chiaro anche il nome del loro birrificio, Cajun (gruppo etnico della Louisiana, che battezza anche uno stile musicale tipico del folk statunitense, nda). Quando ho saputo della birra Blues mi sono offerto di promuoverla nei festival italiani di settore, poi mi hanno chiamato nel locale e abbiamo pensato di farci una mostra e dei concerti. Ho messo in allarme la cinquantina di gruppi blues che ci sono in Romagna».
Un piccolo club blues dopo quello jazz di Forlì…
«Sì, siamo partiti nell’autunno scorso in questo bar di corso della Repubblica, che pare un cafè newyorkese ed è adattissimo al jazz. Stessa dinamica di Faenza, lì sta andando bene, ci sono 44 posti e i concerti piacciono e proseguono».
La dimensione «domestica» oggi funziona per i concerti e i piccoli eventi sono in linea con la dispersione della produzione musicale contemporanea. E’ anche un modo di interpretare il presente?
«Secondo me sì e si sta dimostrando vincente. Il Naima partì con un locale da mille posti a San Martino in Strada, forse era il jazz club più grande del mondo! Poi alla Taverna Verde i posti erano 700 ma parliamo sempre di tutt’altra dimensione. I piccoli eventi valorizzano gli artisti locali, che io dovevo per forza far suonare di spalla ai grandi nomi, e il contatto diretto piace di più a tutti: al pubblico, ma anche agli stessi musicisti. E, come organizzatore, un piccolo evento è molto meno stressante»
Dietro a questi piccoli club c’è la suggestione delle vecchie osterie e balere, dove i musicisti facevano praticamente parte dell’arredo?
«Questo dipende sempre da chi organizza, ma posso dirti che i locali che lavorano in questa maniera tendono a creare un circuito, una piccola comunità. Gli stessi musicisti te li ritrovi magari a colazione la mattina dopo, si fidelizzano».
La principale difficoltà per la musica dal vivo oggi?
«Beh, i regolamenti e le burocrazie andrebbero semplificati. E poi troppo spesso le amministrazioni pongono dei freni. Io frequento spesso Barcellona e so bene che non tutte le città hanno quella vocazione, ma lì il Comune addirittura finanzia i locali che creano movimento e fanno i concerti».
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