IL TESSITORE DEL VENTO di Guido Tampieri - Non senza ma

Emilia Romagna | 19 Ottobre 2023 Blog Settesere
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Guido Tampieri - È sensazione diffusa che l’albero della civiltà stia avvizzendo. La carta dei diritti dell’uomo: stracciata. La convenzione di Ginevra: sepolta.
In Ucraina, in Palestina, nei cento teatri di una guerra mondiale a pezzetti che rischia di diventare a pezzettoni. Assistiamo attoniti alla disgregazione di quel che di buono l’umanità aveva faticosamente costruito dopo la fine della seconda guerra mondiale per regolare i rapporti fra le genti: principi e istituzioni. Non c’è più un centro ordinatore, una stella polare a guidare il cammino, qualcuno che regga il timone, ammesso che ne sia rimasto uno dopo lo svuotamento dell’Onu. Ognuno per sé, con l’arruolamento coatto del suo unico Dio. Il diritto internazionale, arriva a dire Lucio Caracciolo, in quanto non viene rispettato non è un fatto. Il suo posto è preso dall’arbitrio. Come a dire che la Costruzione italiana, ove venisse violata, cesserebbe di essere la legge fondamentale dello Stato.
C’è una gran confusione sotto il cielo. È diventato difficile anche parlarne. Per cercare di capire, per provare a rammendare quel che si è strappato, per cucire, se del caso, un abito più appropriato ai tempi e alle condizioni, per fare qualcosa che non sia solo questo stupido acquartierarsi attorno ai propri convincimenti manichei, ai propri non negoziabili pregiudizi. Da esibire nelle piazze reali e virtuali, con l’eristico intento non di ricercare la verità intima delle cose, ovunque si accasi, ma di prevalere dialetticamente sull’avversario di turno.
«Dobbiamo scegliere se riparare il mondo o distruggerlo» ha detto uno scrittore israeliano di cui non ricordo il nome ma non dimentico la sensibilità. Dopo Auschwitz, in Palestina il 7 ottobre 2023 è morta di nuovo la poesia. Come a Srebrenica, come nei villaggi curdi sterminati coi gas, come nelle efferatezze dell’Isis, come fra le macerie di Aleppo, come nelle scuole bombardate e fra i bambini rapiti da Putin. È morta la poesia e non puoi che stare dalla parte delle vittime. Senza bisogno di stilare una classifica dell’orrore. La differenza fra un bimbo sgozzato e uno sepolto come un topo sotto le macerie dei bombardamenti è solo nell’occhio di chi osserva. E nella nostra cattiva coscienza che passa anche la morte al filtro delle ideologie, delle religioni, delle nazionalità, perfino delle convenienze politiche e delle vanità dialettiche.
In un vociare irriguardoso del dolore più prossimo all’esibizione che ad autentica indignazione. Ha scritto Raffaele La Capria, citando un vecchio proverbio, che «L’occhio che tu vedi non è occhio perché tu lo veda. È occhio perché ti vede». Mentre tu vedi me, io vedo te che guardi me. Difficile giudicare la mentalità degli altri restando barricato all’interno della tua. Per dar valore al tuo giudizio devi uscirne, e per uscirne ci sono due vie: l’esercizio della virtù Latina della Pietas e quello della virtù greca della Simpateia, l’immedesimazione. In quel piccolo spicchio di terra che chiamiamo Palestina vivono fianco a fianco due popoli perseguitati e due verità.
Se non si compie uno sforzo per comprenderle e riconoscerle entrambe non si capisce quel che accade oggi e ciò c’ha va fatto perché non accada di nuovo domani. Le critiche a Israele non testimoniano una simpatia per Hamas. Né il sentimento di pietà per i bambini di Gaza ci fa dimenticare l’orrore per le atrocità commesse sui bambini israeliani. Chiodo non scaccia chiodo, sono tutti lì conficcati nella carne viva di una umanità dolente. Io credo si possa essere, contemporaneamente, vicini al dolore di Israele per l’orribile mattanza dei suoi figli e vicini ai patimenti dei palestinesi (siamo costretti a chiamarli così perché non hanno uno Stato o, se più vi piace, una Patria). E che si debba essere in favore dell’esistenza e della sicurezza di Israele e, assieme, della nascita di uno Stato in cui anche i palestinesi si sentano a casa e trovino le condizioni per una vita dignitosa.
Credo si debba farlo in nome della Giustizia (Ius) prima ancora che del diritto (Lex). Senza smarrire per strada l’obbiettivo. Come purtroppo è accaduto per il timore dei protagonisti, Israele in primo luogo, di affidare il proprio futuro alla fragilità di accordi non accompagnati da una chiara volontà di pace. Non c’è alternativa alla convivenza. Perché i soggetti, a dispetto di ogni rappresentazione manichea, restano ostinatamente due. Con le loro storie di sofferenza e con i loro diritti.
Le colpe storiche dell’Europa verso gli ebrei e l’appartenenza di Israele al novero delle Nazioni democratiche ci inducono in modo spontaneo a partire di lì per costruire ogni ragionamento su ciò che è meglio fare. Il suo diritto ad esistere e a difendersi, Israele che fa bene e che sbaglia, quel che gli conviene e non gli conviene per la sua sicurezza. È il soggetto della tragedia. Il popolo palestinese viene in rilievo quasi di risulta, non è soggetto, è complemento, si deve adattare alla trama. Che può anche prevedere che per 65 anni a decidere sui suoi destini, a valutarne la maturità, ad applicare o disapplicare gli accordi siano altri. La catena dell’odio, or ora rinsaldata con la fiamma ossidrica di questo massacro, non si spezzerà in breve tempo.
Ma si può cercare di allentarla. Diceva lo scrittore Amos Oz ancora qualche anno fa: «Ragioni e torti ci sono su entrambi i fronti. Hamas vuole il genocidio, ha nella sua carta fondativa il dovere di uccidere gli ebrei. Su un piano diverso però è profondamente sbagliata la politica di  Netanyahu, con le sue scelte sugli insediamenti e la delegittimazione di Abu Mazen. Hamas così vince in ogni caso: sia quando ammazza gli israeliani, sia quando gli israeliani ammazzano i civili palestinesi».
È quel che sta accadendo. E continuerà ad accadere anche dopo aver distrutto Gaza e ucciso i terroristi. Se non si cambia il copione ci sarà sempre chi scaverà nuovi cunicoli. Dicono che i bambini palestinesi, inappagati nei bisogni e privati dei sogni, vengono educati all’odio, come se crescere odiando fosse una colpa e non la cosa più orribile che possa toccare in sorte a un fanciullo. I giacimenti di dolore sono immensi, e così i depositi di risentimento, ma vale la pena di provarci. L’ho pensato quando ho accompagnato in Israele una delegazione di Comuni che avevano aiutato i perseguitati ebrei al tempo della Shoah. E l’ho pensato quando, a Gaza, in condizioni sub umane come avevo viste solo a Soweto, sono stato ospitato con una umanità che le bestie non possiedono. Uomini, donne, bambini su cui non si può far calare il velo cupo di una generale condanna e delegittimazione. C’è del buono, padron Frodo. Come in ogni altro luogo del mondo.
 
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