IL TESSITORE DEL VENTO di Guido Tampieri - La traversata del deserto

Emilia Romagna | 22 Febbraio 2023 Blog Settesere
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Guido Tampieri - Come si fa? A trovare la rotta politica giusta in questo momento. Navigando tra Scilla e Cariddi. Con un partito in difficoltà a sortire da solo dalle secche su cui si è arenato. Con una critica progressista che si appaga di sé e, fra battutine e sorrisetti di compatimento, anziché cercare di spingere la barca verso la meta che presume di conoscere scava sotto la chiglia compiacendosi di vederla sprofondare.
Quasi che il problema di assicurare al Paese una dialettica democratica, che col Pd è debole e senza non c’è, non la riguardasse. Troppo facile, troppo comodo per presentarsi come coscienza critica della sinistra. Intellettuale collettivo, chi era costui? Il prof. Cacciari ha criticato anche la lettura della Costituzione a Sanremo. Dice che va insegnata a scuola.
Come «t’amo pio bove». Forse pensa che i milioni di compatrioti davanti agli schermi la conoscano bene. Forse non si è accorto che è il 75esimo anniversario della sua nascita. Mattarella era lì per questo. Non credo volesse sfruttare l’evento a fini politici. Il riferimento alle Olimpiadi di Berlino del ‘36 è parso decisamente inopportuno. Lo catalogheremo alla voce incidente. L’ossessione di essere originali rende a volte eccessivi. Farò anch’io un richiamo impertinente. A Victor Hugo.
«Ci sono troppe bocche che parlano e poche teste che pensano». Che hanno smesso di farlo. E dire che erano belle teste. Utili anche. Siamo entrati in un’epoca in cui i principi fondativi del benessere che abbiamo conosciuto nella seconda metà del secolo scorso, le grandi parole guida, giustizia, solidarietà, bene comune, faticano ad assicurare stabilità, equità, sicurezza e coesione sociale.
Annunciato da Galbraith nel suo libro «L’età dell’incertezza», il tramonto dell’età dell’oro del capitalismo democratico comincia alla fine degli anni ‘70 con il mutamento del rapporto fra politica ed economia, fra Stato e mercato. I beni pubblici si svalutano, l’immissione nel mercato di masse umane enormi e senza tutele deprime il prezzo del lavoro e ne svaluta il significato. Sono gli anni in cui Milton Friedman, guru della destra reaganiana, thatcheriana e nostrana, sentenzia: «la responsabilità sociale dei capitalisti è aumentare i loro profitti». Non cercate altrove perché lì è la genesi del male. Il vecchio Ford, con le sue strampalate idee di riconoscere agli operai un salario che gli consentisse di acquistare le auto che fabbricavano, viene sepolto. La grande impresa, che sembrava avviata verso una struttura socialmente più responsabile, torna nelle mani di gruppi di comando che, per accrescere il valore del capitale, imboccano la strada della riduzione e della precarizzazione del lavoro. La piccola, per sopravvivere, si immerge nelle stesse acque, che lambiscono le sponde di tutti i continenti. L’internazionalizzazione dell’economia del dopoguerra era stata accompagnata da uno sviluppo delle garanzie sociali secondo un principio di compensazione delle perdite e dei guadagni che ne derivavano in seno alle Nazioni. Con la globalizzazione non è accaduto. I suoi effetti sono stati socialmente asimmetrici. L’esasperazione competitiva, la ricerca di vantaggi insediativi perseguita attraverso l’abbattimento dei costi ambientali e sociali incrinano la capacità degli Stati di governare le dinamiche della produzione e riducono le garanzie per larga parte della popolazione.
Il welfare, che per un secolo aveva conciliato capitalismo e democrazia, si logora sotto il peso delle nuove contraddizioni e dell’indebitamento. Le Istituzioni democratiche stesse vengono trascinate nel vortice della sfiducia. «Senza uguaglianza di opportunità - ha scritto Zagrebelski - la libertà cambia natura, la democrazia si trasforma in maschera del privilegio di pochi, non necessariamente i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori ma certamente i più deboli».
È in quegli anni che la povertà diventa colpa, i lavoratori tornano ad essere merce, l’impiego a tempo indeterminato assume il volto del privilegio e quello precario le sembianze della libertà. Una lotta di classe all’incontrario. Reagan credeva non solo che fosse giusto che la gente vivesse sotto i ponti, se così Dio aveva voluto in riconoscimento dei meriti di ognuno, ma che fosse anche contenta di starci. I grandi mutamenti della struttura economica e sociale, come sempre, inducono cambiamenti nella cultura. È lì che matura primariamente la sconfitta. La sinistra non fu condiscendente: si oppose e perse. Cacciari lo sa, lui c’era, in veste di intellettuale e di politico. Poi, se volete, date pure tutta la colpa alla nascita del Pd, sorto ma mai risorto dalle ceneri dell’Ulivo, e ai suoi mediocri dirigenti. Sappiate però che ciò che accade oggi è la conseguenza di quel che è avvenuto ieri. Che ha generato squilibri drammatici, ingiustizia sociale, un morente senso della comunità. Facciamo che il Pd non esista e chiediamoci: cos’altro c’è in campo per cambiare le cose, per vincere la sfida dell’egemonia che la destra sovran populista ha lanciato? Aleggia la suggestione shumpeteriana che qualcosa deve morire perché qualcosa possa nascere. Non accadrà senza una levatrice. I partiti possono esaurire la loro funzione. In fondo sono solo mezzi al fine. Che può sopravvivere con altri mezzi, ma anche perire assieme ad essi. Dc, Psi, Pri: cosa è venuto dopo? Una politica migliore, una democrazia più ricca? Per attraversare il deserto servono scorte d’acqua. Tanta. Non è solo il Pd che è in crisi, è tutta la sinistra. Quanti dei suoi critici supponenti sanno comporre il complicato puzzle del futuro? E se sanno, perché lesinano il loro contributo civico preferendo il ruolo di giudici a quello di protagonisti? Il richiamo vale un po’ per tutti. «Perché il male possa trionfare è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione» ha scritto Edmund Burke.
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