LOTTA | I nostri olimpionici contro l'esclusione decisa dal Cio

Ravenna | 21 Febbraio 2013 Cronaca
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Il primo fu Stephanos Christopoulos. Era il 10 aprile del 1896 quando, davanti al pubblico dello stadio Panathinaiko di Atene, sconfisse l'ungherese Tapavicza in quello che viene ricordato come il primo incontro di lotta greco-romana della storia dei Giochi olimpici. Un legame che pareva indissolubile, quello tra le Olimpiadi e lo sport considerato tra i più antichi del mondo, e codificato nell'Ottocento dall'italiano Basilio Bartoletti. Realtà che trovano ragione d'esistere l'una nell'altra, pronte a richiamare alla mente la plastica tragicità delle figure di Fidia e la perfezione formale di Canova, singolarità spazio-temporali sopravvissute stoicamente alla caotica contemporaneità e ora a rischio di estinzione.

Una decisione, quella con cui il Comitato olimpico ha eliminato lotta libera e greco-romana dal programma dei Giochi 2020, che ha il sapore di un punto di non ritorno. Il giorno in cui le Olimpiadi hanno perso l'innocenza. Non è detta però l'ultima parola. La lotta (nelle due versioni greco-romana e libera) va ad aggiungersi ad altre sette discipline in lizza per entrare nel panorama olimpico 2020. Tra queste, oltre a sport affermati come baseball e karate, discipline a dir poco minori come squash, arrampicata, pattinaggio a rotelle, ed altre pressoché sconosciute come il wakeboarding (sorta di sci nautico), ed il wushu (lotta tradizionale cinese). La decisione definitiva verrà presa dal Cio il 7 settembre. «A Losanna, mentre il Cio decideva della sopravvivenza del nostro sport - racconta Andrea Minguzzi, oro a Pechino 2008 -, la Fila (Federazione internazionale di lotta, ndr) non era neppure presente, in quanto impegnata a Bangkok. Si è così fatta cogliere alla sprovvista, mi auguro non irrimediabilmente. Mi domando comunque come possano avere luogo simili dimostrazioni di dilettantismo a certi livelli». L'impressione che ai vertici della Fila stia per saltare qualche testa è qualcosa di più che un vago sentore. Le speranze degli atleti di tutto il mondo sono ora appese al vasto movimento d'opinione seguito alla decisione del Cio. Sulle barricate, le federazioni che hanno nella lotta una delle proprie discipline di punta. I Giochi 2020 (che la città di Roma coltivò brevemente il sogno di ospitare) avranno luogo con ogni probabilità in Turchia o Giappone, nazioni che hanno nella lotta una grande tradizione: quattro dei sette ori conquistati a Londra dal paese del Sol Levante (che come portabandiera scelse proprio una lottatrice) provengono dalla lotta. In Turchia, così come in tutta l'Asia centrale e l'Europa orientale, la lotta è sport nazionale. Tutt'altro che una disciplina con poco seguito, insomma. Basti pensare al numero elevatissimo di tesserati negli Stati Uniti, o al fatto che spesso greco-romana e libera costituiscono l'approdo internazionale per innumerevoli stili di lotta tradizionali, dalle savane africane all'America latina, passando per Asia tropicale e Oceania. L'ombra delle lobby dietro all'innamoramento del Cio per gli stili di combattimento orientali: da tempo si vocifera di come il Taekwondo debba alla coreana Samsung l'approdo alle Olimpiadi. «Il Cio dovrebbe evitare di considerare gli introiti pubblicitari come il solo parametro per valutare il valore di una disciplina - attacca Daigoro Timoncini -. E' assurdo vedere la lotta, il più olimpico degli sport, sacrificata sull'altare di sponsor e ticket. A maggior ragione alla luce di quanto vediamo avvicendarsi ai Giochi, con alterne fortune. Pentathlon moderno, badminton e ping pong sono poco più che passatempi o sport di nicchia nella maggior parte del mondo, mentre la lotta fa parte della cultura di molte nazioni. In Russia ad esempio, nell'anno d'oro di Elena Isinbaeva, fu nominato atleta dell'anno un lottatore». Ciò non cancella però la drammaticità dei fatti. I troppi tatticismi, la cripticità del regolamento, la scarsa attitudine televisiva, ed il non aver mai dato alla luce una star planetaria, ad eccezione forse del solo Aleksandr Karelin (protagonista ideale, ai tempi della guerra fredda, di quello scontro fisico tra Unione Sovietica e Stati Uniti fortunatamente impossibile nella realtà), non potevano rimanere inosservati a lungo. Non manca infatti, nel mondo della lotta, chi fa autocritica. «Il nostro sport è stato progressivamente snaturato dal regolamento - ammette Gian Matteo Ranzi, bronzo a Monaco '72 -. Assistiamo troppo spesso ad incontri privi di azioni spettacolari, che vedono impegnati atleti perennemente sulla difensiva. Non sarebbe inopportuno pensare ad alcune modifiche del regolamento, come la fusione dei due stili, o l'introduzione dello sgambetto anche nella greco-romana». Fusione che lascia tuttavia perplessi. «Se ne è già parlato - chiude Minguzzi -, ma si tradurrebbe nella scomparsa della greco-romana a favore della libera. Di certo sarà opportuno ridurre le categorie di peso, passando magari da sette a cinque. E' vero, spesso vediamo combattimenti terminare sull'1-0, ma è naturale che ciò abbia luogo in una finale olimpica, quando due atleti si trovano ad un passo dal sogno di una vita. Avviene così in quasi tutti gli sport».
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