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Uno straordinario scorcio del reale tra quotidianità e criminalità con Letizia Battaglia, «L’opera: 1970-2020»

Romagna | 13 Gennaio 2026 Blog Settesere
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Filippo Ragazzini - Dopo i successi in Francia, la retrospettiva sugli scatti della fotografa Letizia Battaglia arriva per la prima volta in Italia, al Museo Civico San Domenico di Forlì. Curata dal critico d’arte Walter Guadagnini e ideata da Camera, Centro italiano per la fotografia, la mostra si pone come obiettivo quello di ripercorrere l’evoluzione artistica della fotografa, tramite l’esposizione di 200 scatti, molti dei quali inediti e aggiunti proprio per la tappa forlivese, accompagnati da libri, giornali e riviste, con cui Battaglia ha collaborato negli anni, oltre a un docufilm legato alla sua storia.  La mostra si apre con un breve scorcio sugli esordi di Letizia Battaglia, tra la fine degli anni Sessanta e primi anni Settanta tra Palermo e Milano dove, aiutata dal compagno Santi Caleca, realizza alcuni scatti che uniscono tematiche di carattere popolare e quotidiano a immagini erotiche e provocanti, un connubio che, da un lato vuole attirare l’osservatore col pretesto della nudità, dall’altro vuole esprimere un’idea di emancipazione dalle convenzioni sociali e dal pudore, abbandonandosi alla liberazione sia fisica che mentale. «A posteriori, viste oggi insieme ai testi che le accompagnavano, queste fotografie sono una conferma dell’attenzione da sempre dedicata da Letizia Battaglia al corpo come luogo della liberazione dai tabù sociali»: queste le parole di Guadagnini per sottolineare il lato ribelle che ha sempre caratterizzato gli scatti di Battaglia. Segue il periodo palermitano, compreso tra la seconda metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’80, durante il quale Battaglia stringe una collaborazione col quotidiano L’Ora, impegnato a denunciare la presenza della mafia e a smascherare la disastrata realtà sociale e urbana del capoluogo. Divenuta quindi in breve tempo punto di riferimento della redazione fotografica del quotidiano, Battaglia si impegna nella realizzazione di scatti con un carattere più documentaristico e di denuncia, che hanno come scopo la sensibilizzazione e l’immersione dello spettatore in situazioni di estremo degrado e povertà. Foto come Il bambino con un dito mangiato da un topo durante la notte o Il gatto e il topo sazi della spazzatura contribuiscono a far percepire il senso di disagio e precarietà dei quartieri più poveri del Meridione, con ambienti angusti, controbilanciati dalla pura gioia di bambini, che scorrazzano tra i vicoli e da anziane che lavorano a maglia. Il periodo più importante è, in ogni modo, quello incentrato sulla piaga sociale e politica della mafia. Infatti, proprio in questi anni, l’organizzazione criminale diventa sempre più efferata, costringendo la fotografa a fare i conti con le violente stragi di mafia. La seconda guerra di mafia, una vera e propria lotta al potere tra clan di Cosa Nostra, lascia dietro di sé circa mille vittime nell’arco di cinque anni. Letizia Battaglia cattura con le sue fotografie la drammaticità di alcuni importanti omicidi, ad esempio quello di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica, appena assassinato. Ritrae inoltre la ferocia di capoclan come Leoluca Bagarella nel momento dell’arresto e il sorriso beffardo di altri ‘uomini d'onore’ che sanno di essere impuniti. Tramite questi scatti quindi Battaglia non ci vuole trasmettere solo il terrore di quel periodo, ma anche l'inefficienza di un sistema politico e giudiziario corrotto sino al midollo, che ha arrancato fino all'apertura del maxiprocesso di Palermo contro del 1986. Oggi sono passati 40 anni da allora e la mafia rischia di passare, in Italia, come un problema secondario, tanto che Guadagnini avverte: «Se davvero questo argomento è considerato di secondo piano, è bene invertire da subito la tendenza. Spero pertanto che mostre come questa possano servire ad aprire gli occhi anche sul presente, e non solo sul passato». Dopo l'ampia sezione dedicata agli omicidi mafiosi si passa a foto più gioiose, rappresentanti feste religiose ed eventi popolari, che da sempre hanno caratterizzano il folkore siciliano, alternate a scatti più stravaganti e al tempo stesso disturbanti, che hanno come protagonisti i pazienti dell’istituto psichiatrico di Palermo Real Casa dei Matti. Si continua poi con una piccola collezione di foto risalenti al 1985 in cui, dopo aver ricevuto il prestigioso premio Eugene Smith e il riconoscimento internazionale per i suoi lavori, Letizia Battaglia espande le sue vedute: viaggia per il mondo realizzando nuovi scatti incentrati sulla vita delle persone comuni, riprende piccoli scorci di quotidianità istruendo l’osservatore sulle usanze di altre culture.  La foto forse più rappresentativa dell'intera mostra si trova alla fine del percorso e rappresenta Rosaria Schifani, moglie dell’agente di scorta Vito Schifani, ucciso assieme al giudice Giovanni Falcone durante la strage di Capaci. Lo scatto propone frontalmente il viso della donna che, ad occhi chiusi, è per metà illuminato e per metà immerso nell’oscurità: simboleggia quindi da un lato la dolcezza della figura femminile, dall’altro la disperazione del lutto, contrasto che congela la figura in una sorta di limbo tra luce e tenebra, bene e male, vita e morte. Questa foto riassume perfettamente la visione artistica di Letizia Battaglia: una fotografa che ha saputo raccontare tanto la crudeltà della mafia e la miseria dei quartieri popolari palermitani, quanto la spensieratezza di occasioni mondane e del semplice tempo trascorso in famiglia. La sua arte ha così delineato le due facce di una stessa medaglia, che effigia l'innato talento di un’artista a tutto tondo, legata indissolubilmente alla sua professione e desiderosa di raccontare, ad ogni costo, ciò che la circondava attraverso i suoi occhi.
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