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Strage del 2 agosto, il regista ravennate Sideri: "Così ho scavato nel dolore"

Romagna | 31 Luglio 2020 Cronaca
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Silvia Manzani
«Ho iniziato a lavorare a questo progetto più di un anno fa. Da subito ho scelto di non lavorare sulla linea investigativa, sulla narrazione cronologica dell’evento e di ciò che ne è seguito. Ho raccolto su internet le informazioni sulla tragedia, sui protagonisti e sulle vittime, in particolare il sito dell’Associazione tra i famigliari delle vittime. Da lì sono partito verso uno scavo nel dolore e nella rabbia, verso una dimensione di evocazione poetica e non narrativa». Il regista Eugenio Sideri, insieme a Lady Godiva Teatro, porterà in scena venerdì 31 luglio alle ore 21, nell’arena del Museo Classis a Classe, lo spettacolo a ingresso libero «Tantum ergo - Oratorio civile per Antonella Ceci e Leo Luca Marino» promosso dal Comune di Ravenna e realizzato con il contributo della Federazione delle Cooperative in memoria della ravennate Antonella Ceci e del fidanzato Leo Luca Marino, morti il 2 agosto 1980 nella strage di Bologna.
Qual è il suo ricordo personale della strage di Bologna, visto che all’epoca aveva 12 anni?
«Ero in campagna, dai nonni, a San Zaccaria. Ricordo mio padre e mio nonno accendere improvvisamente la televisione. Ricordo le prime immagini della devastazione, i rumori delle ruspe e il vociare, frammisto alle sirene. E poi, più, tardi, il viso di Pertini: una maschera di dolore».
Come è strutturato lo spettacolo e quali sono state le principali difficoltà nel costruirlo?
«Ho scelto una forma drammatica antica, l’oratorio, in cui si strutturano recitativi a brani cantati a strumentali. L’ho impostato in 12 tappe, una sorta di Via Crucis dove le parole, il dolore, la rabbia e la condanna (nelle figure di Enrico Caravita, Tonia Garante e Carlo Garavini) si alternano in evocazione con la musica originale di Andrea Fioravanti e con la preghiera cantata dal coro Ensemble Vocis cordis diretto da Elisabetta Agostini».
Lei non è nuovo alle tematiche storiche dell’Italia degli ultimi 70/80 anni: c’è anche in questo caso un intento di sensibilizzazione e divulgazione?
«Il teatro si fa memoria. Credo sia un dovere intellettuale e civile. È una strage che, nonostante siano trascorsi 40 anni, ha ancora ombre e lati tenuto al buio. Non si può dimenticare, non si deve: la giustizia è necessaria».
C’è stato, da parte sua, il timore di aprire vecchie ferite nelle famiglie coinvolte?
«Possiamo davvero pensare che morire in un modo così barbaro possa cicatrizzarsi nella memoria? Posso solo dire che per me, scrivere questo testo, è stato un percorso faticoso e molto doloroso».
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