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Secondo la tradizione, nelle notti fra l’anno vecchio e quello nuovo, gli animali parlanti predicono la morte dei padroni

Romagna | 05 Gennaio 2021 Cultura
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Federico Savini
Scartabellando nello scibile antropo-tradizionale della letteratura come in quello della rete, non si è ancora capito bene se la notte nella quale fareste bene a tenervi lontani dalla stalla - se ce l’avete, ma diciamo che fareste bene anche a fare più attenzione del normale a tener piena la ciotola del gatto e a pulirgli con dovizia la lettiera - sia quella che precede l’Epifania, la viglia di Natale o la notte del 17 gennaio, quella di Sant’Antonio Abate «del porcello», il protettore degli animali. Fossi in voi mi farei i fatti miei in ciascuna delle tre notti, perché se avete animali domestici o da lavoro, in una di queste notti li sentirete confabulare tra loro e - specie se non gli avete portato il dovuto rispetto - potrebbero anche predire la vostra morte. E azzeccarci, per giunta. Almeno così vuole la tradizione.

E’ CIÙ E LA ZVETA
In Romagna questa leggenda si tramanda in particolare per quel che riguarda i rituali dell’Epifania e i canti dei pasquaroli. La not dla Pacvèta e’ scor e’ ciù e la zveta è un detto abbastanza noto e capita persino che venga introiettato dai romagnoli e risputato praticamente a loro insaputa.
Un esempio? Da qualche settimana il gruppo musicale di Russi Jean Fabry - i massimi esponenti mondiali del «punk mentale», genere cantautoral-surreal-luddista occasionalmente dialettale da loro inventato e isolatamente praticato - hanno pubblicato sul loro sito web il mini-album «Senile», che si chiude con la canzone in vernacolo Quânt ridar, risalente per lo meno a 15 anni fa, il cui letimotiv è «quanto ridere che voglio fare quando sarò morto» e nella quale si citano anche «e’ ciù e la zveta», poiché il protagonista/autore Antonio Baruzzi asserisce di andarsene in giro tutta la notta, con il gufo e la civetta, e che comunque adesso sta ben bene e aspetta solo di morire. Secondo Baruzzi - che dice non conoscere la credenza degli animali parlanti della Pasquetta - Quânt ridar è «una scheggia romagnola che si fa beffe della morte e anzi profetizza un sacco di risate nell’aldilà, come contraltare alla miserrima esistenza terrena».
Nell’archivio sonoro di Casa Foschi, contenente molti field recordings realizzati da Giuseppe Bellosi negli anni ’70 e ’80 con «informatori» romagnoli (cioè persone considerate depositarie della cultura tradizionale), cercando alla voce «animali parlanti» si trovano un sacco di reliquie testimoniali, tra cui quella della signora Dina Matteucci, che riporta il detto popolare «Quand e’ cata la zveta dnez a ca’, cativa nova la dà»
Nell’antica Grecia l’animale era sacro e ammirato per la capacità di volare al buio, ma l’idea che il canto della civetta sia di lugubre presagio risale per lo meno al Medioevo e pare sia collegata alle veglie funebri, rare occasioni nelle quali le persone rimanevano alzate di notte. E proprio in quelle occasioni il canto degli animali notturni - gufi e civette in testa - risuonava nel mesto clima della veglia, tanto più del normale visto che le luci accese in casa attiravano gli insetti di cui proprio i rapaci notturni sono ghiotti, con conseguente incremento dell’animalesco vociare notturno.
Sulla civetta si può aggiungere che l’ordine in cui vengono annoverati i rapaci notturni è quello degli «Strigiformi», dal latino striges, che sta per «streghe» e la dice lunga su quanto poco lusinghiera sia da secoli la fama di questi uccelli. Per tornare in Romagna, è arcinota anche la poesia L’assiuolo di Pascoli, che chiude le strofe sempre con il verso «chiù», simboleggiando solitudine e morte.
 
I BU, CH’I À LAVURÈ DAL MIÈRI D’ANN
Nei Proverbi romagnoli di Umberto Foschi (1980), lo studioso di Cervia riporta che in Romagna «la notte dell’Epifania parlavano gli animali. La leggenda deriva da un Vangelo apocrifo in cui si leggeva che il bue e l’asino del presepio avevano parlato per lodare Gesù bambino. In Romagna poi, forse per via di popolazioni provenienti dall’Oriente, per un certo tempo il Natale corrispose all’Epifania; ecco perché la leggenda fa parlare le bestie anziché la notte di Natale, in quella della Pasquetta». In Romagna esisterebbe insomma - forse a causa del legame fra Ravenna e Costantinopoli - una singolare convergenza sull’idea di poter far slittare alcune caratteristiche del Natale in direzione del 7 gennaio, quando appunto lo festeggia la chiesa ortodossa. Senza addentrarci in una materia complessa che da anni approfondisce magistralmente Eraldo Balbini, si deve per lo meno ricordare che nelle culture ancestrali pre-cristiane il periodo del Dodekameron (25 dicembre - 6 gennaio) era un tempo «magico» e carico di simbologie, nel quale con la ripartenza del ciclo delle stagioni si confondono il mondo dei vivi con quello dei morti, il ritorno dei quali sotto varie forme innervava di spiriti maligni l’immaginario contadino (dalla festa dei morti fino alla Segavecia, passando per la befana e i romagnolissimi pasqualotti questuanti che potevano fare e’ dispet al padrone di casa, si sprecano le ambiguità inquietanti che fondono festa e oscurità).
Un proverbio tipico della Pasquella romagnola come J animél / j è cuntintone, / i dis ben de’ su padrone rivela la credenza che gli animali, e in particolare i buoi nei quali si incarnavano i defunti, parlassero tra loro nella notte che precede l’Epifania, arrivando spesso a predire la morte dell’azdόr.
Se in molte zone d’Italia gli animali parlerebbero più che altro la vigilia di Natale o in ossequio a Sant’Antonio Abate, in Calabria si tramandano credenze pressoché identiche a quelle romagnole. Nel libro Calabria misteriosa di Guido Palange si riporta che la notte della vigilia i buoi venivano lautamente alimentati (con 13 pietanze, come il numero dei giorni tra Santa Lucia e Natale) e la notte prima dell’Epifania alcuni contadini avrebbero origliato le seguenti chiacchiere fra asino e bue: «Mangiàmu bùanu... ca dumani hàmu fatigàri. Hàmu portàri `u patrùni `ccù ru carru...» (Mangiamo bene, più del solito, perché domani dovremo lavorare. Dovremo portare il padrone al cimitero), con l’epilogo che potete immaginare.
Per tornare alla Romagna e alle registrazioni di Casa Foschi, ce n’è una del 1974 nella quale la signora Dialma Alici riporta storie della vigilia di Pasquetta, durante la quale i buoi - che nel Dopoguerra sarebbero diventati il malinconico simbolo della fine del mondo contadino della fatica nella celebre poesia di Tonino Guerra - confabulano tra loro dicendo appunto che il giorno dopo dovranno seppellire il padrone.

E GAL, L’URLÓZ DE CUNTADÉN
I padrò da splì si ritrovano anche in un’altra registrazione effettuata da Giuseppe Bellosi, questa volta nell’85 con Domenica Margotti a Fusignano. La Minghina d’Juṡfõ ricorda distintamente una storia tramandata nella sua famiglia nella quale un azdόr a mezzanotte si reca nella stalla a bella posta per verificare la leggenda degli animali parlanti e sente i galli, fra loro, che si organizzano per la morte del padrone, l’indomani mattina. Cosa che puntualmente sarebbe accaduta alle 8 spaccate.
E sarà sicuramente un caso ma di polli e morti in qualche modo parla - con una vena ironica indirizzata a grandi e piccini - anche il cantautore umorista americano Roger Miller, che quasi tutti conoscono senza saperlo poiché si cela proprio lui dietro al Cantagallo che fa da narratore (e anche da colonna sonora) al disneyano Robin Hood animato del 1973. Nella canzone My uncle used to love but she died (letteralmente: «Mio zio mi amava ma lei è morta», con enfasi sull’errore nell’attribuzione di genere, dovuto forse al fatto che Miller fu cresciuto non dai genitori ma dallo zio e dalla zia, in qualche modo «riuniti» nella canzone), al ritornello segue la strofa A chicken ain’t chicken ‘til he’s licking good and fried, traducibile con «un pollo non è un pollo finché non è fritto». Un nonsenso che fa quasi pensare a un «contrappasso» del pollo che si vendica maledicendo il fattore per il trattamento subito. E che, a pensarci bene, non è troppo lontano da quel che accade nella favola dei Musicanti di Brema, dove il gallo e l’asino sono fra i quattro protagonisti che si emancipano dopo anni di maltrattamenti arrecati dai padroni. E questo nonostante il gallo avesse il nobile compito di indicare le ore all’azdόr. L’urlóz de cuntadén lo definisce infatti Libero Ercolani nel suo vocabolario.

E’ SUMÀR E’ PORTA E’ VÉN
«E’ sumàr e’ porta e’ vén e e’ bèv l’acva». Ovvero: «l’asino porta il vino e beve la acqua», nel senso che s’affatica più per gli altri che per sé. Per l’animale che merita certamente un posto fra i migliori amici dell’uomo c’era, insomma, una certa considerazione anche nella Romagna contadina.
E in effetti un’asina è anche uno tra i pochi animali parlanti annoverati addirittura dalla Bibbia. Il riferimento è all’asina dell’indovino Balaam, che disattende il volere di Dio guidando gli israeliti nella piana di Moab, dietro la promessa di grandi ricchezze. A vedere Dio è però la sua asina, che fa di tutto per dissuadere Balaam dalla sua scelta e viene da lui percossa più e più volte, finché Dio stesso non parla a Balaam per bocca dell’asina, rivelandogli che la sua collera l’avrebbe già colpito, se non fosse stato per la fedeltà dell’animale bastonato.

VËC COMA E’ CÓC
Se gli animali temuti nella Pasquetta sono messianici traghettatori delle anime dei defunti, c’è anche un uccello che nelle tradizioni popolari di buona parte del mondo è messaggero di notizie dal futuro: il cuculo, e cóc. Intanto è un animale migratore che si palesa in primavera (I du o i tri d’abril e’ coc l’à da vini; se u n’è vnu i set o j’òt, o ch’l’è mòrt ch’l’è cót - Il due o il tre d’aprile / il cuculo ha da venire; / se non viene il sette o l’otto / o che è morto o che è cotto), anche se essar vëc coma e’ cóc significa di converso essere vecchio decrepito. Che pare una brutta cosa ma può voler dire anche «saggio». Infatti il canto del cuculo veniva interpretato come una voce parlante, dato che le ragazze gli domandavano sovente «Cóc da la bela vósa, cvànt a m’ farója spósa?» per poi annotarsi i fischietii dell’animale, corrispondenti agli anni che separavano le fanciulle dalle nozze.
Secondo una leggenda riportata da Libero Ercolani, «il cuculo insegnò a tutti gli uccelli a fare il nido, ma quando si trattò del proprio non lo seppe costruire, per cui fu costretto a deporre le uova nel nido degli altri (cosa che in effetti fa, nda). Per questo si dice, di chi sa solo consigliare gli altri, che “e’ fa coma e’ cóc”, con anche il significato allusivo di “fare il nido a casa degli altri”».
Sulla natura parzialmente «traditrice» del cuculo le tradizioni del mondo divergono. Ad esempio negli Stati Uniti una canzone folk tra le più miliari di quel repertorio recita «The cuckoo is a pretty bird, she sings as she flies; she brings us glad tidings, and she tells us no lies», ovvero «il cuculo è un grazioso uccellino, canta mentre vola; ci porta la buona novella e non ci dice bugie».

E’ MAZA-LEMURE
Chiudiamo con una diceria animalesca che arriva addirittura dal Madagascar e riguarda il lemure aye-aye, piccolo primate dagli occhi magnetici, che secondo le credenze degli indigeni Sakalava non solo saprebbe parlare, ma porterebbe anche sventura, arrivando a uccidere le persone nel sonno. Tale e quale al Mazapégul, dai!
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