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Russi, Tenuta Uccellina», realtà da 40mila bottiglie annue con importanti novità

Romagna | 19 Febbraio 2021 Gusto
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Riccardo Isola - «Non si può certo definire un anno fortunato quello che ci siamo lasciati alle spalle, nemmeno per chi, nel proprio piccolo, resiste e combatte per portare sempre più in alto la qualità della vigna romagnola». Hermes Rusticali, figlio d’arte «in quel del vino di Russi», ha le idee chiare su cosa e dove vuole andare in ambito enologico. Lo fa con alle spalle una quarantennale esperienza famigliare, lui ne ha meno visto la classe 1993, maturata in vigna e in cantina. Figlio prodigio direbbe qualcuno, di sicuro appassionato ante litteram per quel nettare di Bacco che lo ha visto, fin dai primi passi, crescere tra cortili ricolmi di uve, effluvi di mosti e profumi di sugheri imbevuti. «Sono passati anni da quando vivevo l’esperienza della vendemmia e della cantina con mio padre da spettatore. Oggi ho la fortuna di poter essere io un interprete di quella firma enologica di questa parte del territorio romagnolo». Una Romagna che ama e che crede «abbia tutte le possibilità di poter ritagliarsi, in ambito enologico, quel giusto posto che gli spetta. Sangiovese, Albana e Trebbiano sono parte integrante della cultura vitivincola di queste terre. Oggi cerchiamo di definire stili più contemporanei, ma la sostanza delle possibilità e delle potenzialità non cambia». Ma non ci sono solamente gli alfieri indiscussi del calice, che sia ricolmo di rosso o «di berti in oro». Una grande attenzione da parte della cantina russiana, e non certo da oggi, «è nel valorizzare quei vitigni autoctoni come l’uva Longanesi, il Famoso e, da ultimo una nostra sperimentazione dell’ultimo anno con un vitigno bianco, la ‘Cà vecia’, che vinifichiamo tramite rifermentazione in bottiglia (ancestrale, ndr) e metodo classico».
Al di là della pandemia «che ha visto ovviamente una contrazione dal punto di vista commerciale visto che per noi l’Horeca vale il 60% delle vendite» il 2020 è stato comunque un anno molto particolare per Tenuta Uccellina. «Tra le novità più importanti - spiega il giovane enologo russiano - c’è sicuramente la creazione di un’area dedicata alla vendita e degustazione dei nostri vini nelle immediate adiacenze della cantina. Un investimento importante che però crediamo ci permetterà di fare un ulteriore salto di qualità». Cemento, vetro e legno che permetteranno ai visitatori di poter entrare «in maggiore sintonia con  prodotti che da anni sono il portabandiera del nostro saper fare vino». Dai bianchi (Albana, Rambela e Trebbiano, quest’ultimo da quest’anno rivendicato Doc) ai Rossi (due versioni del Burson, etichetta blu più giovane e aggraziato, e il Riserva, vero cavallo di razza della cantina, l’effige non a caso non mente) passando per gli spumanti (un vino rosato con Martinotti lungo ottenuto dallo stesso Burson e un altro metodo Charmat di Famoso) e i passiti (Albana e Famoso) è una produzione variegata e multisensoriale che tocca le quasi 40 mila bottiglie annue. La sfida che ha abbracciato il giovane «messaggero della vigna», traduzione nominale in chiave contemporanea, è quella di essere incisivo ma non stravolgente nella riconoscibilità delle produzioni vinicole.
«Anche grazie agli studi universitari - conferma Rusticali - ho capito che il vino deve essere rispettato dalla vigna fino ad arrivare alla bottiglia. L’imprinting tecnologico che apportiamo nei nostri prodotti è sempre quello di dare forma a una personale interpretazione senza snaturale le caratteristiche varietali che andiamno a vinificare. La tecnica e la tecnologia sono quindi un aiuto in tal senso per dare una riconoscibilità sempre chiara ma con quel tocco di personalizzazione che è il gioco forza di ogni cantina e quindi di ogni etichetta». Sul tema della Romagna da bere il giovane enologo pensa infatti che «sono le sue mille sfaccettature che si disegnano su trame storicizzate i protagonisti vinicoli. Questa è la forza che diventa debolezza se però non si riesce a fare squadra. I piccoli produttori, e la pandemia l’ha dimostrato, con canali di vendita molto più limitati, hanno bisogno di un sistema organizzato che sappia intercettare e adeguare le strategie. Bene ha fatto e sta ndo il Consorzio vini di Romagna - rimarca - nel voler prporre un terroir a tutto tondo. Le nostre terre sono ricche di storia, cultura, personaggi e contenuti, anche enologici, che possono conquistare il cuore. Saperli comunicare bene e con determinata costanza è l’unica strada per poter vedere amplificati gli sforzi quotidiani ed economici che noi piccoli vignaioli ci mettiamo ogni giorno». Perchè il vino è buono, ricercato e quindi social solo se lo si fa conoscere e apprezzare. Adesso «è tempo di ripartire, magari anche sperimentando strade nuove come stiamo cercando di fare nel nostro piccolo. Noi - chiude - ci stiamo provando».

Burson e Rambela simboli del terroir della Bassa Romagna
Tra le referenze enoiche della «Tenuta Uccellina» abbiamo scelto due alfieri della vitivinicoltura identitaria di questi territori di pianura. Si tratta dei cosiddetti vitigni autoctoni, cioè caratterizzati da una diffusione pressoché limitata a piccoli e medi areali che non hanno dirette corrispondenze altrove. In Romagna sono diversi, dalla più blasonata e versatile Albana fino ad arrivare al fruttoso e faentinissimo Centesimino. Ma non ci si ferma qui. Nella cosiddetta Bassa Romagna, per intenderci il terroir dove opera la stessa Tenuta Uccellina, sono essenzialmente due i vitigni che possono vantare una ribalta e una riconoscibilità ormai nazionale: l’uva Longanesi (da cui si ricava il vino Burson) e l’uva Famoso (da cui si ricava il vino Rambela.
Il Burson è un vino rosso conosciuto, soprattutto nella sua versione Riserva per il metodo di vinificazione (fatto con l’appassimento dei grappoli), come l’Amarone di Romagna. E’ un vino austero, potente (si superano i 14,5° di alcol) complesso nella sua dimensione organolettica che affina in tonneaux di rovere francese, con tannini molto presenti capaci di essere ammorbiditi grazie anche a una lunga tenuta nel tempo. E’ un vino che gastronomicamente sposa soprattutto i piatti della tradizione come salumi, ragù e carni importanti.
La Rambela, vino bianco, è invece un vino più slanciato, dinamico, fresco e fruttato. Un semiaromatico che vinificato secco riesce a dare grandi soddisfazioni al sorso. I primi cenni della presenza di questo vino risalgono alla Tabella del Dazio Comunale di Lugo del 1437. Un vino che trova il matrimonio perfetto con piatti di pesce e carni bianche e, se abbassato ulteriormente di temperatura in servizio magari attorno ai 10°C, diventa perfetto come aperitivo.
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