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Romagna, «Dumas» di Cristiano Cavina: la lezione sui dialoghi

Romagna | 03 Febbraio 2022 Dumas
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Ogni settimana è in edicola con Settesere il laboratorio sperimentale di scrittura creativa «Dumas», condotto su queste pagine da Cristiano Cavina.
Ne illustriamo il funzionamento, pubblicando poi un estratto della lezione di Cavina sul tema «Il dialogo


COME FUNZIONA DUMAS
Dumas propone ai lettori di cimentarsi direttamente con gli esercizi che Cristiano Cavina propone a cadenza quindicinale (il primo era stato publicato una settimana fa, ma lo trovate anche nel numero in edicola dal 19 novembre). La scadenza per la consegna è di dieci giorni, dal venerdì di uscita del giornale alla domenica della settimana successiva (in questo caso già domenica 21, ma il tema era stato proposto lo scorso 12 novembre).
Nell'uscita di venerdì 19 trovate invece un approfondimento (a cadenza quindicinale) curato da Cristiano Cavina e inerente ai temi del compito lanciato la settimana precedente (può essere l’occasione di rivedere i testi che state scrivendo alla luce dei consigli di Cristiano). Fra sette giorni pubblicheremo le bozze di alcune correzioni di Cristiano ai racconti inviati. Nella stessa settimana verrà lanciato il secondo compito (quindici giorni dopo il primo). La settimana ancora successiva, insieme al nuovo approfondimento di Cristiano sul secondo tema, verrà pubblicata anche la classifica dei migliori corsisti del primo compito. E il meccanismo proseguirà in questo modo.


Il dialogo
di Cristiano Cavina

Il dialogo è quella parte del testo in cui, aprendo una parentesi, si creano trappole tipo sabbie mobili in cui l’autore non accorto o alle prime armi cade a piè pari, occupando uno spazio che dovrebbe appartenere ai suoi personaggi, che parlano con la loro propria voce.
La parte importante non è ‘parlano’ ma ‘propria voce’.

I personaggi dicono qualcosa perché gli è necessario nella realtà del loro mondo, e non per fare il lavoro sporco di chi sta scrivendo.
Nei manoscritti che mi capita di leggere, uno degli indizi che mi aiuta a capire se un autore è già pronto o è ancora acerbo è proprio questo: come fa parlare e cosa fa dire ai suoi personaggi.
Appena apro un manoscritto, e ce ne metto ad aprirne - ormai li accetto per cortesia, specificando che non so se li leggerò - appena li apro dicevo, vado subito a cercare i dialoghi.

Spesso mi ritrovo dentro a scene di questo genere:
Mamma e figlio (o comunque familiari o amici intimi) che si parlano. Ogni battuta incomincia invariabilmente con un nome proprio.
Parla la mamma: «Ciao Marco, bentornato. Siediti che ti porto i cappelletti» (E fin qui può ancora starci)
Risponde il Figlio Marco: «Grazie mamma. Che bello che ci sono i capelletti» (E anche qui, ci siamo ancora, ma solo perché vogliamo bene ai cappelletti)
Riparla la Mamma: «Quanti ne vuoi, Marco?».
Il Figlio: «Tanti mamma».
La Mamma «Eccotene un bel piatto, Marco»
Il Figlio: «Grazie Mamma» eccetera eccetera.
La persone che si conoscono, genitori e figli in primis, ma anche parenti e amici o colleghi, non si ripetono il nome: sanno già come si chiamano. In questi dialoghi i nomi finiscono per quella specie di insicurezza che avvolge l’autore inesperto, che si sente in dovere di spiegare ogni cosa a ogni passo.

Ci sono anche casi peggiori; quando usiamo la voce dei personaggi per dare informazioni (fare il lavoro sporco, l’ho chiamato all'inizio). Certo, i dialoghi devono dire cose, ma non a scapito della verosimiglianza del loro parlare.
Riprendiamo l'esempio di prima:
«Ciao Marco, bentornato da scuola. Siediti al nostro vecchio tavolo romagnolo, che ti porto i cappelletti della nonna Zaira come li faceva una volta».
«Grazie Mamma. Che bello che ci sono i cappelletti come li faceva la nonna zaira con il vecchio tuler di frassino».
Non spetta al protagonista dare queste informazioni: spetta all’autore e alla sua voce narrante fuori dai dialoghi: o, se vogliamo metterli dentro al dialogo, vanno messi in modo naturale.
Un buon esempio di dialogo naturale si può trovare nei Nove Racconti di Salinger, un vero maestro in questo, anche nello spezzettare la battuta con i gesti; è importante che quando facciamo parlare i personaggi continuiamo a muoverli, senza dimenticarli in uno spazio sospeso, congelato; spesso anche noi quando parliamo stiamo facendo altro.

La cosa che più funziona dei dialoghi è portare avanti la nostra storia facendo parlare i personaggi di un qualcosa che sembra non aver attinenza con quello che stiamo sviluppando, ma solo in apparenza. Se due personaggi sono ai ferri corti, creiamo più tensione non facendogli dire ‘Ti odio’ in continuazione, ma arrivandoci per vie traverse, attraverso i movimenti e i loro gesti, e solo indirettamente con le parole.
Consiglio di leggere Colline come elefanti bianchi di Hemingway. Una coppia prende da bere in un bar sperduto in spagna, aspettando il treno; parlano di aborto, ma non viene mai detto direttamente; eppure riusciamo a capire tutto di loro, di cosa sentono, di cosa parlano e di che tipo di persone sono.

Ecco, questo è il punto fondamentale: meno le battute sono dirette, incentrate sul ‘nocciolo’ della scena o del racconto, più sono funzionali.
E mi raccomando: più tenete la battuta lunga, più rischiate che il personaggio smetta di parlare con la sua voce per diventare un burattino senza vita che recita la vostra...

 
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