Ravenna, una carriera in ascesa per l’attore Leonardo Maltese: «Dal palcoscenico del Rasi al set con Mel Gibson, quando recito mi sento a casa»

Michela Ricci - «Quando sono salito su quel palco mi sono sentito a casa». Aveva 14 anni Leonardo Maltese, attore ravennate classe ‘97, quando la Non-scuola del Teatro delle Albe gli ha fatto scoprire la sua strada. Da quel primo incontro con il teatro, il percorso lo ha portato sul grande schermo, dall’esordio con Gianni Amelio ne «Il signore delle formiche» ai ruoli in «Rapito» di Marco Bellocchio e in «Leopardi» di Sergio Rubini. Un talento versatile, quello di Maltese, che negli ultimi mesi lo ha visto alternarsi tra il set della serie Rai «Il giudice e i suoi assassini» e il nuovo progetto di Pupi Avati, e andare oltre i confini italiani, con l’esperienza nel cast del sequel de «La passione di Cristo» diretto da Mel Gibson.
Tutto è iniziato a Ravenna tra gli Scout e la Non-scuola del Teatro delle Albe. Quando hai capito che il palcoscenico non era solo un gioco da ragazzi?
«Fino a quel momento cercavo ancora la mia strada: c’era chi brillava nello sport e chi andava benissimo a scuola. Io non avevo ancora trovato qualcosa che mi appassionasse davvero. Tutto è iniziato con gli Scout di San Biagio. Non ero un fenomeno a montare tende o ad accendere fuochi, ma la sera mettevamo in scena alcune rappresentazioni e lì ero fortissimo. Così, quando a scuola ho dovuto scegliere un corso extracurricolare, ho deciso di provare il teatro. Ho capito subito che quello era il mio percorso. Il primo saggio al teatro Rasi, a 14 anni, è stato una rivelazione».
Si tende a pensare che recitare significhi aggiungere una maschera a ciò che già si è. Funziona davvero così?
«Per me è l’esatto contrario, è un lavoro di sottrazione più che di aggiunta. Quando recito sto bene, mi sento al posto giusto perché è come diventare invisibile, spogliarsi delle sovrastrutture e delle ansie di tutti i giorni. Sul set succede qualcosa di magico: mi dimentico di me stesso ed entro in una gravità diversa, è un po’ come nuotare».
C’è stato un momento preciso in cui hai smesso di considerare la recitazione solo una passione per dire a te stesso: «Ok, può diventare il mio mestiere»?
«Non l’avevo affatto programmato. Il mio piano era trovare un lavoro qualunque che mi permettesse di recitare nel tempo libero. Poi è arrivato il provino con Gianni Amelio per ‘Il signore delle formiche’. Sono stato scelto e, quando nel 2022 il film è stato presentato a Venezia, c’è stata la svolta: ho capito che avevo le carte in regola per continuare questa strada a livello professionale».
A fine settembre ti vedremo su Rai 1 tra i protagonisti della serie «Il giudice e i suoi assassini», diretta di Michele Placido. Che esperienza è stata?
«Stupenda. Lavorare accanto a un maestro come Michele Placido è stato estremamente formativo. È un progetto importante, di grande impatto, in cui anche il lavoro sulla presenza fisica, sul respiro e sulla postura è stato fondamentale per restituire la verità e la tensione di quella storia».
In questi mesi sei sul set di «Gotico Padano», la nuova serie di Pupi Avati ambientata tra nebbie, canali e silenzi del Delta del Po. Come ci si cala in un’atmosfera e in un genere così particolari?
«È una sfida affascinante perché il gotico non è un genere ordinario: se stai recitando in un contesto del genere, ogni tuo gesto, persino il modo di camminare o di muoverti nella nebbia, deve risuonare con quell’atmosfera sospesa e misteriosa. La fisicità conta tantissimo. Trovarmi immerso tra i canali e la memoria del Po per questo progetto di Avati è un viaggio intenso, dove il paesaggio diventa quasi un compagno di scena».
Cosa si prova a passare dal cinema italiano alla macchina monumentale di un sequel targato Hollywood e firmato da Mel Gibson?
«È stata un’esperienza incredibile. Sono stato contattato da una casting director che cercava attori che parlassero fluentemente inglese, e per fortuna io sono madrelingua. Quando ho incontrato Mel Gibson sono rimasto folgorato: ha un’energia intensissima, una specie di fuoco sacro dentro. Durante le riprese, quando dava indicazioni, sembrava quasi un supereroe. È un fuoriclasse assoluto della regia e della recitazione, ed è stato fantastico lavorare con lui, con la troupe e con gli altri attori. Io interpreto un bel personaggio - non posso ancora svelare quale -, di cui mi sono innamorato».
Qual è la differenza più grande che hai avvertito tra il modo di fare cinema in Italia e quello americano?
«Sono due mondi diversi e bisogna saper cogliere il meglio da entrambi. Fare cinema in Italia o in Europa è un lavoro ancora molto artigianale: senti la mano viva del regista, del costumista, c’è un’impronta umana e diretta. In America ti rendi conto di far parte di un’industria gigantesca, di un prodotto enorme. Mel Gibson mi ripeteva spesso: ‘La macchina da presa deve essere la tua migliore amica, devi farti vedere, altrimenti non ci sei’. È una mentalità diversa, ma stimolante».
I progetti si accumulano e la tua carriera sta prendendo una rincorsa importantissima. C’è un ricordo di Ravenna che porti sempre con te?
«Più che un luogo fisico, mi porto dietro lo spirito della mia terra. La gente in Romagna ha una simpatia e un’ironia uniche, sappiamo ridere di tutto con un’apertura mentale bellissima. Poi in estate torno sempre a casa e quando sono a Ravenna il mio punto fisso resta il quartiere San Biagio, dove sono cresciuto e di cui conosco ogni angolo. Per il futuro mi piacerebbe fare ancora tanto cinema, ma anche ritornare agli inizi trovando il tempo per il teatro. Il cinema ti assorbe moltissimo e richiede tempi lunghi, il palcoscenico resta il luogo dove potermi rigenerare».