Ravenna, quella notte tra il 27 e il 28 luglio 1922, e ciò che dobbiamo ricordare un secolo dopo

Romagna | 26 Luglio 2022 Fata Storia
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Veronica Quarti - Da ormai qualche mese, per la rubrica «Fata Storia» sono stati proposti, come in una sorta di sfilata storica, una serie di personaggi che ebbero un ruolo fondamentale, nel bene o nel male, nel terribile incendio fascista che distrusse ciò che allora era la sede della Federazione delle Cooperative a Ravenna.
Quello che oggi è il nostro Palazzo Rasponi della Provincia, cent’anni fa era un cumulo di macerie in fiamme, simbolo della cieca violenza fascista e di un incipit drammatico di ciò che sarebbe diventato, in pochi mesi, un regime totalitario che piegò l’Italia al suo comando fino all’armistizio del 1943. Per comprendere al meglio quell’assalto, è necessario però fare un passo indietro, generato da una domanda che ultimamente mi viene posta da molti, ovvero: «Perché proprio la Federazione delle Cooperative?».
I braccianti dell’area ravennate si erano già, nel 1883, uniti in un’associazione generale, nonché in società di fatto: si trattava di una novità assoluta, dal momento che questa era la prima organizzazione di tale genere creatasi in Italia. L’Associazione Braccianti, all’atto della sua nascita, si diede immediatamente da fare, assumendo lavoratori e affittando un enorme appezzamento di terra del Comune di Ravenna: quest’ultimo era in origine una pineta, già disboscata a seguito di una grande gelata avvenuta tra il 1879 e il 1880. Una volta acquisito, l’associazione effettuò un’opera di bonifica grazie all’apporto del Lamone, sebbene l’azione trovò qualche ostacolo nelle proteste dei cosiddetti «pinetofili», ovvero individui che desideravano ripristinare un territorio più simile all’antichità, e di conseguenza ripiantando i pini nelle aree ormai disboscate.
Dall’altra parte però, con le prime opere di bonifica effettuate dall’Associazione Braccianti, e grazie ad un’assidua propaganda, le proteste in piazza aumentarono: tutti, aspiranti operai e già tali, chiedevano a gran voce la promozione di sempre più numerose bonifiche dei terreni paludosi che segnavano all’epoca il litorale Adriatico. Grazie a quest’azione congiunta, tra il 1902 e il 1921 vennero bonificati 30.000 ettari di terreno paludoso. La Federazione delle Cooperative della Provincia diverrà tale nel 1901, proprio per desiderio dell’associazione, che diventerà poi Consorzio a partire dal 1903. Alla Federazione, dal momento della sua costituzione in avanti, vennero affidati sempre più importanti lavori, tra cui la costruzione della ferrovia tra Russi e Faenza, quella di Granarolo e Lugo, e la realizzazione di dimore antisismiche non solo nella nostra zona, ma anche nel riminese e pesarese.
Nel 1919, proprio per desiderio della Federazione delle Cooperative ravennate, bolognese, ferrarese e milanese, si costituì la Federazione Nazionale: dopo la sua nascita, i lavori promossi investiranno gran parte del Paese, con sistemazione delle strade, realizzazione di fognature, costruzione di edifici nella zona di Trastevere e via dicendo.
L’importanza di questa organizzazione, divenuta nel giro di poco meno che vent’anni una  memorabile forza motrice del Paese, calcola circa un importo dei lavori (eseguiti tra il 1903 e il 1922) di oltre centoventi milioni di lire. Alla fine del 1921, quindi poco prima dell’assalto fascista, la superficie terriera di proprietà della Federazione si estendeva per 3.329 ettari: venivano altresì coltivati terreni in affitto grazie all’utilizzo di innovativi macchinari agricoli, tutti di proprietà. Lo sviluppo della Federazione, così come l’efficienza e l’organizzazione dei braccianti e di chi ne faceva parte, entrò ben presto nell’occhio del ciclone: inaspettatamente però, alcune critiche a Ravenna iniziarono a piovere prima dell’ascesa del Fascismo, già nel 1914. In alcuni articoli dell’epoca infatti, si puntava il dito contro Nullo Baldini (colui che restò nel Palazzo Rasponi in fiamme, finché i fascisti non lo portarono via con la forza), giudicando la Federazione un vero e proprio «feudo personale di Baldini», e talvolta pure come una società a delinquere.
Di fatto però, questa avversione nei confronti della Federazione e della forma più generica dell’associazionismo democratico, giungerà al culmine e alla sua concretizzazione proprio nel 1922, con l’avvento del Fascismo e con l’assalto che venne fieramente condotto da Italo Balbo, uno dei personaggi in ascesa all’epoca, violento ed inarrestabile come coloro che guidò verso il Palazzo Rasponi quella notte, tra il 27 e il 28 luglio 1922.
L’assalto, che appunto vide i cugini Nullo Baldini e Giacomo Caletti irremovibili di fronte alla minaccia nera, fu solo l’atto pratico, il culmine di un obiettivo fascista ben preciso: quello di smantellare ogni organizzazione democratica, a prescindere dai risultati che queste potessero avere ottenuto negli anni.
Per Balbo, così come per i fascisti che lo seguirono nell’appiccare il fuoco alla sede della Federazione, l’assalto fu solamente una sorta di prova tecnica di quel che sarebbe avvenuto pochi mesi più tardi, con la Marcia su Roma il 27 ottobre del 1922. Il cooperativismo politico, così come il dominio incontrastato di quei partiti popolari che nella nostra Romagna ben conoscevano i bisnonni di ognuno di noi, era il bersaglio più urgente per i fascisti: già nel settembre 1921 a Ravenna avevano tentato una marcia con l’obiettivo di spezzare quegli equilibri, che tuttavia non aveva avuto gli effetti sperati. Dopo il terribile incendio di quell’estate 1922, effettivamente la Federazione delle Cooperative venne sventrata, sebbene inizialmente, grazie anche al salvataggio miracoloso dei registri e dei documenti principali, proseguì le sue attività. Dopo la Marcia su Roma, i fascisti ravennati occuparono la sede delle Cooperative impedendone il funzionamento.
A cento anni di distanza, un evento tragico e significativo come questo deve, nella memoria di noi ravennati contemporanei, soliti a passeggiare in centro, di fronte proprio al Palazzo della Provincia, deve esistere ed echeggiare, più forte che mai, in un tempo come questo che necessita sempre più di un esercizio di ricordo e consapevolezza costante.  
 
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