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Ravenna, Monica: «Non è necessario essere persone speciali per diventate tutori dei minori stranieri»

Romagna | 30 Marzo 2021 Mappamondo
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Silvia Manzani
«Non credo di essere una persona speciale, sono solo sensibile verso certi temi. Ma in questo senso, non penso proprio di essere l’unica. Ecco perché sono convinta che il tutore volontario sia una figura da promuovere sempre di più; a Ravenna siamo davvero pochi, vorrei che aumentassimo il prima possibile». Monica P. è una donna adulta con una figlia ormai grande. Negli anni Novanta è stata un’attivista impegnata di Amnesty International, sentendo sempre forte la spinta a una cittadinanza attiva. Nel 2018, leggendo un giornale locale, è venuta a sapere che in città sarebbe partito un corso di formazione per diventare tutore legale volontario dei minori stranieri non accompagnati, a seguito della legge Zampa istituita l’anno prima: «Mi è sembrata un’iniziativa bella, importante e molto in linea con un tema che mi ha sempre interessato: il rispetto dei Diritti Umani e quindi anche dei diritti dei migranti, in particolare il rispetto dei diritti  dei minori stranieri che necessitano di forme di protezione che vadano al di là degli aspetti più pratici. Mi sono iscritta e durante il corso ho avuto modo di approfondire tante questioni, anche se forse mi è mancato il confronto con le testimonianze di tutori già attivi in altri territori. Un aspetto che sto colmando adesso, grazie ai tanti incontri online organizzati dalla Garante Regionale per l’Infanzia e da alcune associazioni di tutori, come quella di Ferrara». Dopo la formazione, Monica ha preso tempo, poi quando ha dato la propria disponibilità, i Servizi Sociali le hanno abbinato E., un ragazzo sedicenne del Kosovo, ospite di una comunità: «Il primo incontro, nel settembre dello scorso anno, è stato molto emozionante e ricco di attesa. Anche lui era incuriosito, oltretutto mia figlia stava svolgendo un tirocinio proprio nella sua struttura quando lui era appena arrivato e credo che questo aspetto abbia facilitato il nostro avvicinamento. Non è facile, certo. La pandemia sta mettendo a dura prova l’instaurarsi di relazioni umane come la nostra, dove servono tempo e frequentazione per instaurare la fiducia. Oltretutto E. è molto timido e riservato e io devo, spesso, fargli molte domande per incoraggiarlo a parlare. Prima della zona rossa abbiamo studiato italiano, guardato film per ragazzi, fatto passeggiate in pineta, sperimentato attività manuali nel mio laboratorio, dove costruisco giocattoli della tradizione popolare. Col legno è molto bravo, la sua abilità è proporzionale alla sua timidezza e alla sua chiusura. Ma penso che piano piano le cose diventeranno più facili. Ora che non possiamo vederci proviamo a fare lezione di lingua in altro modo, anche se è davvero complesso». Guardando al futuro, le speranze  sono molte: «Vorrei fargli capire che anche se la sua priorità è trovare un lavoro per mandare i soldi a casa, ci sono altri aspetti della vita che meritano di essere coltivati. Vorrei che comprendesse che sono qui per lui, non solo negli aspetti pratici ma anche come punto di riferimento per i suoi bisogni più interiori, che può telefonarmi a ogni ora per qualsiasi necessità. Vorrei poterlo abbracciare, perché se è vero che gli educatori fanno il loro prezioso lavoro, noi tutori possiamo dare qualcosa in più, un tipo di calore “gratuito” che può rimanere nel tempo, un’atmosfera più familiare». Monica, per spingere E. verso nuovi orizzonti, ha provato a spronarlo a leggere: «Gli ho proposto libri semplici, magari adatti a ragazzini più piccoli. Poi, vedendo la sua ritrosia, sono passata a Topolino e Dylan Dog, notando però come alla lettura non sia mai stato abituato. Una volta, in centro, siamo passati davanti una libreria. Per prenderlo un po’ in giro gli ho detto: “Qui non entriamo, vero?”. E lui mi ha risposto: “Ma va là”. Ci siamo fatti una bella risata. Alla fine è bello anche essere leggeri, specie se si considera che molti minori stranieri non accompagnati hanno alle spalle biografie pesanti. Mi ricordo bene la guerra nei Balcani ma ho voluto approfondire meglio come il territorio di provenienza del ragazzo ne fu coinvolto. Del suo passato E. parla pochissimo ma da qualche riferimento ho capito che la sua famiglia, quel pezzo di storia, lo ha vissuto in pieno. Ci vuole delicatezza, quando si ha a che fare con certi fardelli del passato». Ora Monica aspetta il momento in cui la frequentazione potrà riprendere più in libertà: «Credo che i mesi prima del compimento del 18esimo compleanno saranno complessi, il tempo inizierà a stringere, ci sarà da pensare ai documenti, a un alloggio, al lavoro. Certamente non sarà abbandonato bruscamente dalla rete di persone che lo hanno seguito sino ad oggi e anch’io ci sarò, sperando che il legame possa diventare più forte e duraturo. Ci si affeziona in un attimo a questi ragazzi». (s.manz.)
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