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Ravenna, la rottura del digiuno a casa dei fratelli tunisini Ghofrane e Mohamed Amin

Romagna | 01 Maggio 2021 Mappamondo
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Barbara Gnisci e Silvia Manzani
Qualche dattero e un po’ d’acqua, proprio secondo la Sunna del Profeta. E poi via alla preghiera del tramonto. Sono le 20,09 del 26 aprile, quattordicesimo giorno di Ramadan. A casa di Ghofrane Souli, che per la rottura del digiuno e la cena ha invitato il fratello Mohamed Amin, un amico di origine marocchina e un’amica bengalese, ci siamo anche noi. Ad accoglierci, è una tavola imbandita ma non sfarzosa. Perché il mese sacro all’Islam non deve certo assomigliare, ci spiegano, a lunghe giornate senza mangiare né bere seguite da grandi abbuffate serali. Pronti per essere serviti ci sono la zuppa di grano, la carne cucinata nel tajine con prugne e mandorle, l’insalata grigliata, gli involtini croccanti: «Sicuramente il Ramadan porta con sé la convivialità - raccontano i due fratelli di origine tunisina - ma non deve mai racchiudere uno sfoggio del cibo, anche perché tra gli aspetti sui quali si è portati a riflettere c’è la povertà. Non solo: se ci si riempie troppo, pregare è difficile». Calendario alla mano, la preghiera successiva, la quinta della giornata, è prevista per le 21,39. Quest’anno, a dire il vero, essendo incinta Ghofrane è esonerata dal Ramadan, al pari delle persone con problemi di salute, dei bambini, degli anziani e dei viaggiatori: «A partire dalla pubertà - raccontano la ragazza e il fratello, 26 anni lei e 29 lui - abbiamo iniziato ad aderire al Ramadan, forti della fede e degli insegnamenti della famiglia. Nostro padre era arrivato in Italia negli anni Novanta mentre noi, insieme alla mamma e alla nonna, siamo venuti a Ravenna nel 2001, con il traghetto, tramite il ricongiungimento familiare. Non ce l’avevano mica detto, che ci saremmo trasferiti. Nostro nonno ci ha accompagnati all’imbarco augurandoci una buona vacanza. Ma il numero delle valigie, sinceramente, non ci tornava». Operatrice di prima accoglienza e mediatrice culturale lei ed educatore lui, Ghofrane e Mohamed Amin sono convinti che sia la robustezza delle radici a determinare quanto una tradizione religiosa come il Ramadan riesca a essere mantenuta in vita anche da chi ha passato la maggior parte della propria vita fuori dal proprio Paese di nascita: «Per noi il Ramadan è sempre stato importante, il mese nel quale venne rivelato il primo versetto del Corano è per noi sinonimo dell’esercizio della pazienza, del perdono, della purificazione. Stare tante ore a digiuno insegna a rinunciare al superfluo, a ricercare se stessi, a concentrarsi sui buoni comportamenti. E questa è forse la parte più importante, perché se digiuniamo e poi parliamo male degli altri, Dio non può certo apprezzarci. Insomma, non mangiare e non bere durante la giornata dà il via a una serie di passi verso la spiritualità. Non è un caso se anche durante il resto dell’anno, ogni lunedì e giovedì, è consigliato il digiuno, in quel caso facoltativo». La forza per riuscirci è data anche dalla ricompensa che, a ogni musulmano, verrà poi attribuita, senza che si possa sapere prima in cosa consisterà: «C’è da dire che il corpo fatica molto nei primi due o tre giorni ma poi si abitua e, come in automatico, riesce a stare tranquillamente senza mangiare né bere dall’alba al tramonto. Chiaro, non tutti i musulmani vivono il Ramadan con la stessa intensità, è molto personale. In fondo la nostra religione può essere vista, da fuori, come molto più rigida di quello che è. Pensiamo al velo per le donne: indossarlo è una libera scelta. Del resto nel Corano si dice che per parlare alle donne, bisogna farlo attraverso un velo. Ma ci sono varie interpretazioni sul significato di quella parola. Un velo concreto? O un velo dato dal rispetto?».
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