Ravenna, il regista Lamattina racconta nel suo docufilm un viaggio alla scoperta del ‘magiò’

Romagna | 07 Ottobre 2019 Cultura
Elena Nencini
Il regista Gerardo Lamattina presenta venerdì 5 (ore 21.30, Palazzo Rasponi) un’anteprima del suo nuovo docufilm Il drago di Romagna, vero e proprio ponte culturale ed imprenditoriale tra italiani e cinesi.
Il film, tra finzione e documentario, racconta la storia di Luisa, romagnola doc e chiamata in dialetto naturalmente ‘la Luvisa’, appassionata di mah jong, grazie a due bambini cinesi di seconda generazione, Lou e Stefano, riuscirà a coronare il suo sogno di andare in Cina per conoscere le origini del famoso gioco. Il film esplora con leggerezza temi come l’integrazione e l’ibridazione culturale attraverso l’espediente ludico. Il film uscirà a Milano, Bologna, Firenze e Ravenna a fine gennaio in occasione del capodanno cinese, ma intanto venerdì 5 sarà l’occasione per parlare con autori e protagonisti.  
Il regista Gerardo Lamattina racconta come si è avvicinato alla storia di questo gioco.
Lamattina, si giocava a mah jong a casa sua?
«No, perché sono campano e non sapevo nemmeno come si giocava. L’ho scoperto in maniera piuttosto buffa: quando accompagnavo mia figlia al mare vedevo questo sciame di ragazzini sperduti, senza nessuna guida. Così ho scoperto che le madri giocavano a mah jong, inamovibili nel loro passatempo. Questo mi ha molto incuriosito, ed ho poi scoperto che giocavano alla maniera romagnola. E’ l’unico gioco cinese made in Italy, piratato dalla Romagna».
Cosa l’ha colpita di questo gioco?
«Tra le tante cose anche il fatto che si gioca in tantissime varianti: un gioco evidentemente cinese giocato come se fosse originario della Romagna. Tantissime sono le regole: sono state inserite le stecche e si gioca principalmente con il regolamento Valvassori, ma possono esistere delle varianti a seconda di dove viene giocato. A Piangipane si gioca a  tre con il morto, a Faenza le regole cambiano ancora. E’ un universo variopinto e variegato. Non sono un giocatore di società, ma questo toccare le pedine, la materialità del gioco, il rumore delle pedine che si mischia con le stecche è un suono rassicurante».
Il film è anche una riflessione su come è cambiata la socialità?
«Si, perché il mah jong presuppone che bisogna essere in 4, richiede molto tempo, si svolgeva in luoghi dedicati alla socialità come le case del popolo, oppure in circoli, in case private. Le cose sono cambiate e per questo ho deciso di raccontarlo in questo documentario. E’ stata proprio la protagonista del film a instradare le ragazzine cinesi di seconda generazione al mah jong che non conoscevano. Ora viviamo in un mondo più ‘social’ in cui però siamo tutti più soli ed isolati, mentre in tempi passati il giocare era pura socializzazione, infatti nel mah jong ci si guarda in faccia e si gioca assieme in un momento di grande condivisione».
Dove è stato girato?
«Ci siamo divertiti a farlo giocare nei luoghi più imprevedibili. In piscina, in riva al mare, in banchina al porto, in un capanno. Amo moltissimo la pialassa, un unicum romagnolo. Sono luoghi esotici della Romagna, non li ho scelti in maniera arbitraria, ma rientrano proprio nel tessuto di questo territorio. E’ una commedia malinconica, racconta il famoso sogno della provincia,  maledetta e dannata, ma dove si vive bene».
Avete trovato anche partner cinesi?
«Sarà prodotto dalla bolognese Pop Cult, casa di produzione indipendente specializzata nel documentario a cui si è aggiunta, come co-produttore, la società di comunicazione cinese Micromedia Communication Italy che si occuperà di realizzarne la versione con sottotitoli in cinese nonché di distribuire il film nella lontana Cina e sulla piattaforma Weishi Italy (www.italiaws.com​) che si rivolge ai cinesi in Italia».
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