Ravenna, il premio Ubu Marco Cavalcoli fra il teatro Milano e il festival del cinema di Berlino

Romagna | 05 Marzo 2023 Cultura
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Federico Savini
«Buttarmi seriamente in un ambito diverso da quello che pratico di solito è stato molto stimolante. Ho lavorato tantissimo in questi anni, soprattutto a teatro, e quindi vedo il cinema come un progetto da coltivare, qualcosa che in un certo senso “completa” il mio lavoro». Una cosa è certa: Marco Cavalcoli non è uno che si sieda troppo comodo sugli allori. L’attore ravennate, ormai di lungo corso e tra i pilastri di Fanny & Alexander, è stato insignito del prestigioso premio Ubu pochi mesi fa ed è sempre indaffaratissimo e soprattutto interessato a sperimentare e «sperimentarsi», tanto in scena quando al cinema. Infatti, nei giorni scorsi Cavalcoli è stato a Berlino, come attore all’interno del cast La proprietà dei metalli, opera prima di Antonio Bigini prodotta dalla società bolognese Kiné e sostenuta dalla Film Commission della Regione. Al centro della vicenda un bambino che sembra avere poteri para-psicologici e viene per questo studiato dai fisici dell’Università di Bologna. La stessa alla quale un Marco Cavalcoli 18enne si iscrisse a suo tempo, studiando proprio fisica!
«È stato anzitutto bellissimo indossare i panni del rettore di quella che fu davvero la mia università - dice Cavalcoli -, un personaggio che insieme ad Antonio Bigini abbiamo scelto di caratterizzare come scettico ma anche molto umano. Ed è un doppio binario che percorre un po’ tutto il film».
Cosa si vuole raccontare attraverso quell’interesse per la parapsicologia che ci fu davvero negli anni ’70?
«Di sicuro quell’epoca e quella insolita fascinazione, che ci fu davvero e attecchì a vari livelli. La storia è inventata ma basata su accadimenti autentici e in parallelo alla dimensione parapsicologica il film parla del rapporto tra adulti e bambini. Il regista è partito focalizzando l’immagine di questo bambini osservato da un gruppo di adulti che si aspettano qualcosa da lui. Un’immagine forte da cui si parte per indagare questioni familiare, mancanze affettive, abbandoni, le difficoltà della crescita e il rapporto dei bambini con le aspettative che si creano su di loro».
Ora a cosa stai lavorando?
«Sono a Milano fino al 19 marzo con Anatomia di un suicidio, una pièce di Alice Birch mai portata in scena prima in Italia, con la regìa di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni. È uno spettacolo davvero insolito, perché le protagoniste sono tre donne - nonna, figlia e nipote - che però sono sempre in scena contemporaneamente, su piani temporali distinti ma compresenti. L’incastro delle tre linee narrative lo rende una specie di concerto, con esiti particolari ogni sera. L’obiettivo era che il pubblico accettasse la sfida e direi che ci siamo riusciti».
A un attore immagino serva un tempismo perfetto…
«Sì, ma ancora di più grande capacitò di ascolto. Per un interprete è impossibile, in uno spettacolo del genere, chiudersi nell’intimità scenica. E’ come essere iperconnessi».
Una specie di interplay musicale…
«Esattamente, noi parliamo di “recitazione concertata”, che permette tra l’altro di affrontare in modo tanto delicato quanto disincantato un tema difficile come quello del suicidio».
Torni a Ravenna?
«Sì, ho in programma uno spettacolo per il Ravenna Festival, in giugno. Parteciperò a un lavoro di Nervalteatro, con Maurizio Lupinelli e Elisa Pol, sul Marat-Sade, con una compagnia di attori disabili».
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