Ravenna, dagli scatti alle star della moda al legame con la sua città natale, Paolo Roversi si racconta: «La fotografia ci insegna ad andare oltre la superficie»

Michela Ricci - «Quando lavoro, in qualsiasi parte del mondo io sia, Ravenna è sempre dentro di me». È in queste parole che il fotografo Paolo Roversi racchiude il legame con la città dove è nato, che continua ad accompagnarlo, anche dopo una vita vissuta a Parigi e una carriera che lo ha consacrato tra i più influenti fotografi contemporanei. Autore di uno stile che ha ridefinito la fotografia di moda, spostandola dal racconto dell’apparenza alla ricerca dell’anima delle persone, Roversi ha ritratto alcune delle figure più iconiche degli ultimi decenni, da Kate Moss e Naomi Campbell. Il suo legame con Ravenna trova oggi una nuova consacrazione nella Galleria Paolo Roversi allestita al Mar - Museo d’arte della Città di Ravenna, uno spazio permanente, inaugurato a fine maggio, che ripercorre il suo universo creativo attraverso alcune delle immagini più iconiche e restituisce idealmente alla sua città uno sguardo che, in fondo, da Ravenna non si è mai allontanato.
Partiamo dalla galleria permanente inaugurata al Mar. Che significato ha per lei questo progetto?
«Avere una galleria permanente al Mar è un regalo bellissimo che mi ha fatto Ravenna, una profonda emozione e un meraviglioso ritorno a casa. È vero che il mondo cambia continuamente e che la città di oggi non è più quella della mia giovinezza, ma le mie radici qui sono rimaste profonde e intatte. Quando torno a Ravenna ritrovo immediatamente la mia memoria visiva, i ricordi e le atmosfere che non ho mai dimenticato. Ci sono luoghi che per me continuano a essere carichi di un’emozione speciale: penso a piazza del Popolo o a piazza San Francesco, dove giocavo da bambino. Scorci che continuano a farmi sentire a casa».
Secondo lei la fotografia deve raccontare ciò che vediamo o piuttosto svelare qualcosa che solitamente rimane invisibile?
«A me piace la fotografia che conserva un suo mistero, che lascia spazio all’immaginazione e alla sensibilità di chi la guarda. Uno scatto è come una rivelazione: non deve spiegare tutto o essere capito in modo razionale, ma deve accendere una suggestione, permettendo a ognuno di vederci dentro qualcosa di unico e personale».
Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Siamo ancora capaci di stupirci e rallentare davanti a una fotografia?
«Oggi c’è una grande confusione. Siamo sommersi da un’enorme quantità di immagini, da fenomeni spettacolari che spesso finiscono per disorientare: non si riesce quasi più a distinguere ciò che è bello, ciò che è davvero interessante o cosa è reale. Molte persone oggi usano la fotografia con grande disinvoltura senza sapere cosa sia davvero, senza conoscerne la storia né la complessità. Proprio quest’anno ricorre il bicentenario della nascita della fotografia: un’eredità straordinaria che meriterebbe più rispetto e una riflessione più profonda».
Quando ritrae grandi icone e personaggi famosi, sembra quasi che l’immagine pubblica scompaia per lasciare posto alla persona…
«È esattamente ciò che mi interessa di più: l’umanità e la personalità autentica di chi ho davanti. Voglio cercare la sua anima, più che ritrarre semplicemente la sua faccia. Per farlo, la qualità più importante per un fotografo è saper vedere, ma con un’avvertenza: bisogna pensare poco mentre lo si fa. Il vedere deve essere un atto di intuizione puro, capace di andare oltre la superficie».
In un momento in cui la tecnologia domina il settore, cosa si sente di consigliare a un giovane che desidera intraprendere questo percorso?
«Gli direi di non cercare le risposte negli strumenti. La propria cifra stilistica e il proprio sguardo non si trovano nella macchina fotografica o nella tecnica, ma unicamente dentro se stessi».
Lei fa questo mestiere da tantissimi anni: c’è un’emozione che non è mai cambiata quando sta per scattare una foto?
«La gioia che provo nell’istante in cui trovo il soggetto è sempre rimasta la stessa. Per me la fotografia è un incontro, uno scambio profondo che avviene attraverso il piacere di conoscersi, quasi un confessarsi l’uno all’altro. In questo dialogo la luce è fondamentale: è la base di tutto, un elemento che mi porto dietro fin dai miei esordi a Ravenna».
Oggi qual è la vera missione della fotografia?
«Costruire un mondo migliore. Se riusciamo a scattare immagini capaci di trasmettere bellezza, anche il mondo diventerà più bello, perché il bello richiama altro bello. Inoltre, la fotografia ha un grande potere: insegna a guardare e a prendersi il tempo di vedere davvero, offrendo questo sguardo anche a chi non è un fotografo».
C’è una fotografia che non ha ancora scattato e che le piacerebbe realizzare?
«Ce ne sono tante, tantissime. Ma non c’è una persona in particolare o un volto specifico che sto inseguendo. Ciò che mi piacerebbe fotografare, più di ogni altra cosa, sono i miei sogni. La vera sfida per me resta quella: riuscire a ritrarre i propri sogni e la bellezza del mondo».