Ravenna, Cagnoni assente alla requisitoria della Pm D'Aniello, che conferma le gravi accuse

Romagna | 12 Giugno 2018 Cronaca nera
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Il 12 giugno è ripreso con la requisitoria del pm Cristina D'Aniello il processo a carico del dermatologo 53enne Matteo Cagnoni, accusato dell'omicidio della moglie Giulia Ballestri. Grande assente in un'aula, al solito gremita di persone, proprio lui, l'imputato che non aveva mancato una delle 24 udienze tenutesi negli scorsi 8 mesi. «Questa è stata un'indagine che ha visto lavorare alacremente uomini e donne per dare giustizia a Giulia e non per trovare a tutti i costi in Cagnoni il colpevole - ha esordito il pm- gli accertamenti ci hanno, però permesso di trovare elementi probatori che 'urlano' la colpevolezza dell'imputato. Tutti i dati scientifici che vengono acquisiti grazie ad un'indagine vanno sempre calati nel contesto del processo perchè possano avere una rilevanza ed è quello che è stato fatto: la nostra ricostruzione si è basata su questi, su quanto dichiarato dai testimoni in aula, primo fra tutti un teste d'eccezione, ma di certo qualificato, ossia la stessa Giulia. Tramite i messaggi che si scambiava con il suo nuovo compagno e con i suoi amici abbiamo potuto 'sentire' anche la voce di Giulia, contro la quale il marito non può nulla. La voce di una donna impaurita e non di una donna confabulante e bugiarda come lui l'ha più volte definita".

Il pm ha ricostruito passo per passo il weekend in cui Giulia scomparve spiegando come Cagnoni abbia fornito una versione dei fatti al gip fiorentino ed abbia 'aggiustato il tiro' nella sua deposizione in aula, avendo appreso quanto emerso nel processo. Una ricostruzione che ha parlato, in realtà, di due scomparse: oltre a quella di Giulia anche quella di Cagnoni che va a Firenze con i figli e 'sparisce'. Viene contattato dalla suocera la mattina del 18 settembre che lo informa che Giulia non si trova e gli chiede il permesso di far sfondare la porta dell'abitazione coniugale in via Giordano Bruno dai pompieri. "Sarebbe stato più logico che lui fosse tornato a Ravenna sia per dare le chiavi che per accertarsi che la moglie non avesse avuto un malore in casa, ma Cagnoni resta a Firenze". La Procura, a quel punto, manda la polizia nella villa fiorentina dei genitori per capire se l'uomo sa qualcosa della scomparsa di Giulia e, in contemporanea, prosegue le ricerche a Ravenna, nella casa di Marina Romea e nella villa disabitata di via Padre Genocchi. "La villa viene trovata chiusa: chiuso il cancello, chiusa la porta d'ingresso, chiuse le finestre ed allarme inserito. E in cantina c'è Giulia in un lago di sangue". La Colas chiama il fisso dei Cagnoni a Firenze alle 0,11 del 19 settembre per avvisare che la polizia sta entrando nella villa e li richiamerà solo alle 0,57 per comunicare che è stato trovato un cadavere. "Un cadavere, non il cadavere di Giulia"- precisa il pm sottolineando come nessuno, nè il padre nè la madre di Cagnoni, appresa questa notizia, abbiano chiesto nulla. "E questo perchè tutti già sapevano". Lo dimostrano i fatti: tra la prima e la seconda chiamata della Colas, Cagnoni scrive ad un'amica alle 0,23 annullando l'appuntamento preso per il giorno successivo "dobbiamo rinviare, grosso guaio" e alle 0,43 alla segretaria "annulla gli appuntamenti per domani, è successa una tragedia". A cosa si riferisce visto che nessuno gli ha ancora detto che la moglie è morta? "Saputo che la polizia sta entrando nella villa dell'omicidio, recita la parte del vedovo inconsolabile, perchè sa che a breve verrà trovato il cadavere. E lo può sapere solo perchè è lui l'assassino". Nel frattempo la madre di Cagnoni, alla polizia che chiede come mai i nipoti si trovino lì di domenica sera visto che il giorno dopo c'è scuola, spiega che "la loro mamma è stata uccisa qualche giorno fa durante una rapina in una villa disabitata a Ravenna". Mentre il padre, la mattina successiva al telefono con il fratello di Cagnoni spiega "naturalmente si dice che è stato uno da fuori". Una "versione", quella dell'aggressione finita in tragedia, evidentemente preparata a tavolino, ma comunicata alla polizia coi tempi sbagliati ossia prima che Giulia venisse trovata.

La premeditazione, invece, che il pm contesta come aggravante all'imputato emerge da altri dati: dalla telefonata del 14 settembre che Cagnoni fa alla segretaria della clinica bolognese villa Toniolo per annullare tutti i suoi appuntamenti del 16 (giorno in cui Giulia viene uccisa) per problemi familiari, all'esca che lancia alla moglie per attirarla in un luogo dove avrebbe potuto realizzare il suo piano omicidiario dicendole di voler fotografare un quadro da vendere. Quadro che, però, aveva già fotografato e mandato ad un mercato d'arte via whatsapp l'8 settembre. La crudeltà, seconda aggravante, è facilmente rintracciabile nel corpo straziato di Giulia, in primis sul suo viso che l'assassino ha voluto cancellare sbattendolo contro lo spigolo di un muro. "Una ferocia che non avrebbe avuto senso usasse una persona che non conosceva la vittima"
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