Ravenna, al Mar la mostra 'Andante' del grande fotografo Alex Maioli

Romagna | 13 Aprile 2018 Cultura
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Elena Nencini
E’ stato il secondo italiano, dopo Ferdinando Scianna, a diventare membro di Magnum Photos, la roccaforte della migliore fotografia internazionale di cui è stato anche presidente. Nato a Ravenna nel 1971, ha collezionato una serie di premi e successi in giro per il mondo, a partire dai reportage in Jugoslavia sulla guerra civile, poi a quelli di Kosovo e Albania, per passare a un reportage sull’ospedale psichiatrico dell’isola di Lero, in Grecia, prossimo alla chiusura. Da questo lavoro nasce il suo primo libro, Leros. Da qui il «suo» mondo si allarga a Sud America, Afghanistan Iraq, Ruanda e Lettonia, dove il fotografo ravennate lavora anche su cortometraggi e documentari.
Da New York, dove vive e lavora, Majoli torna alla sua città natale per la mostra «Andante. Alex Majoli» al Museo d’arte della città (Mar), che inaugura sabato 14 alle 18, per rimanere allestita fino al 17 giugno.
In mostra 250 fotografie che indagano la condizione umana e gli elementi più oscuri della società; argomenti da sempre al centro delle ricerche di Majoli, che in questa occasione riscrive una nuova  sceneggiatura con un percorso temporale dal 1985 fino al 2018.
Majoli ci racconta la mostra e il suo modo di fare fotografia. Partiamo dall’inizio: la sua prima macchina fotografica, qual è stata?
«Una Retinette Kodak».
Chi gli l’ha regalata?
«Era di mio padre, l’ha lasciata a me. Mio padre va il vigile urbano e si occupava del settore dell’infortunistica. Facevano i disegni e i rilievi degli incidenti, quindi aveva delle macchine fotografiche. Era un lavoro per lui, più che una passione».
Cosa o chi vorrebbe fotografare che non ha ancora fotografato?
«Non lo so, non scelgo spesso di fotografare qualcuno a tavolino. Adesso seguo un discorso artistico che è quello del terzo piano. Non c’è una persona, un soggetto che vorrei fotografare. Parto da un altro punto di vista, qualcosa che cattura la mia attenzione e poi si sviluppa in un pensiero concreto e articolato. La macchina fotografica è solo un mezzo».
L’uomo e la sua condizione sono al centro di molti suoi reportage, spesso ‘forti’. C’è un limite etico a quello che può essere fotografato?
«Ogni fotografo ha la sua etica, io in quanto uomo ho la mia etica, si sviluppa a seconda di quello che vedo e quello che faccio. Alle volte è più importante editare (selezione e post produzione di una fotografia, nda) che scattare. Ho scattato tantissime foto che non ho mai pubblicato né mostrato. Per esempio per il reportage sui pazienti dell’ospedale psichiatrico di Leros ne ho pubblicate solo il 10%. Il resto non c’era motivo di mostrarle. Dobbiamo sempre chiederci ‘di cosa stiamo parlando?’. Non è solo l’idea dell’immagine, ma a cosa serve quell’immagine. In 100mila paesi è normale avere il morto in casa, in Congo è più importante il fotografo di funerali che quello di matrimoni. Non è scorretto fare le foto a un morto, ma dipende dalla cultura di quel paese».
Ha vissuto tanti anni fuori da Ravenna, che rapporto ha con la città?
«Il fatto di aver vissuto tutti questi anni fuori Ravenna è la risposta. La mostra mi ha consentito di ricordare un maestro (Ettore Malanca, nda). Questa città mi ha dato i natali, ma Ravenna per me è un luogo geografico. Come dico all’estero quando mi chiedono ‘dove sei nato’, rispondo ‘Ravenna’, e allora mi chiedono: Dov’è?’. ‘Near Venice’, rispondo. Tornando alla mostra Andante, è stato anche andare via da Ravenna, ho vissuto in talmente tanti posti dopo...»
Come si svolge il percorso della mostra?
«Bisogna vederlo. E’ un percorso fatto di 250 immagini, un concetto che varia su ogni piano, sono 30 anni del mio lavoro. Come chiedermi trent’anni della mia vita. Ogni piano ha una sua sottile logica. Il titolo della mostra Andante riesce a collegare tutte queste fasi, non è necessariamente un titolo che aiuta a capire la mostra. È molto introspettivo. Si riferisce alle persone andanti, alle tragedie dell’uomo, a chi ha fatto scelte diverse, volontarie e involontarie. È anche un motivo musicale. Io sono andante. È anche il camminare. Fare una cosa fatta anche male pur di farla».
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