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Paolo Fresu protagonista il 30 giugno al parco di Classe

Romagna | 29 Giugno 2020 Cultura
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Federico Savini
«Il Coronavirus ha avuto l’effetto di portare a galla problemi che già esistevano e non erano tenuti nella giusta considerazione. Adesso tocca a noi, insieme, ripartire affrontando i problemi che non abbiamo più potuto ignorare». Paolo Fresu si definisce un «ottimista di natura» e c’è del vero, perché alla serietà con la quale affronta la ripresa dei suoi impegni professionali (tra cui l’organizzazione del festival sardo Time in Jazz, in agosto) accompagna una lucida visione di quelle paradossali opportunità che l’emergenza sanitaria ci ha fornito, nel sollevare questioni importanti a lungo sopite, criticità sociali e culturali che oggi siamo chiamati ad affrontare di petto. E’ sarà questo il sottotesto del concerto di martedì 30 giugno al parco archeologico di Classe, inaugurazione della stagione degli eventi estivi ravennati per la quale Fresu interverrà con la sua tromba in veste di solista nel progetto «Que sera sera», omaggio a Doris Day con la voce di Petra Magoni e la Italia Jazz Orchestra, che incorpora anche il russiano Marco Zanotti e il faentino Michele Francesconi. «Questo di Ravenna sarà il mio terzo concertodopo il lockdown - racconta Fresu -, dopo quello di domenica scorsa alla Valle dei Templi di Agrigento, come testimonial della Festa della Musica, e quello del 15 giugno a Vicenza,  per ringraziare medici e infermieri».
Riporterete in scena un progetto su Doris Day, oggi un po’ dimenticata e così lontana dal momento attuale. Una distanza che aiuta a vedere meglio le cose?
«Lo spero, ma soprattutto penso che questo concerto sia importante anche per la sua complessità. La sua forza sta negli arrangiamenti di Fabrio Petretti, nella fantastica Petra Magoni e nella natura composita di uno spettacolo che ha l’orchestra e incorpora spezzoni video. Uno spettacolo “grande” in ogni senso, ed è significativo ripartire con un progetto del genere, a testimoniare che ci stiamo rialzando».
Si era detto che la cameristica sarebbe stato l’unico genere praticabile. Qui invece avete l’orchestra…
«E’ bene sottolinearlo, perché i problemi del distanziamento esistono anche per i musicisti. Affrontare queste difficoltà è quello che dobbiamo fare, con una positività che tramutai la paura in creatività».
Venendo al festival «Time in jazz», che tra i primissimi avete annunciato nonostante l’emergenza, cosa vi ha dato questa sicurezza?
«Eravamo pronti ad annunciarlo prima che Conte permettesse la ripartenza degli eventi dal 15 giugno, ma era necessario rassicurare tutti i sindaci dei Comuni coinvolti. Il rispetto delle regole sarà garantito, ma manterremo alta la qualità di un evento molto sociale, con presentazioni di libri, animazione per bambini e approfondimenti sull’ambiente. Noi sardi abbiamo la testa dura, dimostreremo che un festival si può fare e anche bene. Inoltre, il mese agosto potrebbe vedere un “alleggerimento” delle ordinanze. Ripartiranno altri festival jazz, segno che la nostra musica ha saputo ancora una volta adattarsi ai tempi».
Ci saranno meno introiti e più spese. Come farete?
«“Time in jazz” è sostenuto per il 65% dal Pubblico e per il 35% da privati, un grande risultato, specie in Sardegna. In condizioni normali, portiamo sul territorio un indotto di 3 milioni di euro e ci riteniamo sia un’impresa culturale che un progetto sociale. Abbiamo delle responsabilità verso i territori. Manterremo i cachet dei musicisti perché i lavoratori dello spettacolo sono i più colpiti da questa crisi»
Per loro che futuro intravede?
«Spero si possa superare questa fase, anche se penso che le difficoltà vere dell’Italia si paleseranno in autunno, quando molti nodi verranno al pettine. Nel mondo dello spettacolo si dovrà fare tesoro di queste difficoltà, per arrivare a riscrivere, con un lavoro di squadra, uno statuto dei lavoratori al passo coi tempi. Se capiremo questo e non butteremo all’aria i sacrifici di questi mesi, allora avremo un avvenire».
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