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Martina Marchiò, di medici senza frontiere: «Dobbiamo essere la voce dei palestinesi di fronte al silenzio generale»

Romagna | 22 Dicembre 2025 Blog Settesere
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Emma Chiarini e Lisa Conti - «A tutti voi che mi state ascoltando, non stiamo chiedendo molto, chiediamo solo di vivere, di essere visti come essere umani e non come numeri, chiediamo che la nostra storia venga compresa. Gaza sta sanguinando, Gaza sta morendo, ma Gaza continua a resistere e noi resistiamo con lei. Allora salvate ciò che resta dell’infanzia, delle donne, della vita. Siate la nostra voce in un mondo che è diventato sordo. Gaza merita di vivere». Con queste parole di Kholoud, una collega palestinese, Martina Marchiò, operatrice sanitaria di Medici Senza Frontiere, ha iniziato il suo intervento, tenutosi lo scorso settembre presso l'Auditorium della Chiesa di San Giacomo a Forlì. Marchiò ha raccontato in tale occasione la sua seconda esperienza come infermiera di Msf a Gaza, da cui è tornata il 20 giugno di quest’anno. «Da Gaza si torna cambiati. La prima volta -ha affermato poi- avevo un grande senso di colpa per essere uscita da quel confine e non riuscivo a stare nel silenzio. Il silenzio a Gaza non esiste: c’è il suono dei mitra, il sibilo dei missili, il boato delle esplosioni, le grida delle persone. Ero passata da un mondo distopico al nostro, fatto di libertà, attraversando solo un portone». «Per i palestinesi la terra rappresenta la loro identità», ha aggiunto. Nonostante ciò, 1,3 milioni di persone (praticamente la metà degli abitanti di Gaza), tra chi ha lasciato la propria casa e chi è tornato a una distrutta, si sono spostate a Gaza City, città in cui è concentrata la maggior parte degli ospedali della Striscia, causando un sovraffollamento generale. Dopo l’inizio dell’assedio a settembre 2025, che ha messo in atto una vera e propria «soluzione finale», la popolazione si è ristretta a 400 mila abitanti e sono stati colpiti vari ospedali generici e pediatrici, tra cui il Rantisi, il principale. In merito a Gaza si parla, infatti, di sanità sotto attacco. Israele colpisce volutamente le ambulanze e i soccorritori per evitare che raggiungano i feriti. «Più di 1700 sono i sanitari rimasti uccisi e più di 600 gli operatori umanitari, di cui 15 di Msf, dal 7 ottobre 2023». Questi dati attestano un’esplicita violazione della legge internazionale da parte del governo israeliano, che danneggia anche l’operatività stessa degli ospedali. La loro elettricità è prodotta da generatori a benzina e, quando questa non viene fatta entrare nella Striscia, sorgono ingenti problemi, tra cui il verificarsi di black-out, che porta i chirurghi a dover operare in condizioni inumane. Inoltre, la scarsità delle risorse costringe a scelte sofferte, come la selezione tra i feriti in base alle loro possibilità di sopravvivenza. Le condizioni di vita dei palestinesi stessi sono ancora più precarie. «La fame viene usata come arma di guerra. Questa, insieme alla malnutrizione -ha sottolineato Marchiò- è il risultato di scelte sistematiche, deliberate e calcolate da parte di Israele». Lo Stato ha infatti chiuso il confine di Gaza dallo scorso 2 marzo e ha ridotto drasticamente l’entrata di aiuti umanitari. Un esempio concreto sta nel fatto che tra marzo e giugno non è entrato quasi nessun camion, a luglio ne sono entrati solo 700, mentre ne servirebbero oltre 600 al giorno per mantenere due milioni di persone. In seguito al ‘cessate il fuoco’ di gennaio e poi di ottobre 2025, era stato promesso l’ingresso di più di 600 camion al giorno; impegno che, di fatto, non è stato e continua a non essere mantenuto. «Nella Striscia è stata dichiarata la carestia. I bambini cercano tra i rifiuti qualcosa con cui nutrirsi, arrivando a mangiare persino le foglie». Ciò è il risultato delle decisioni di Israele, che ha tolto dalle mani delle Organizzazioni non governative la possibilità di distribuire cibo, dando l’esclusiva alla Gaza humanitarian foundation, collaboratrice del governo Netanyahu e degli Usa. Questa organizzazione fornisce aiuti solo in quattro punti della Striscia, costringendo le persone a camminare per chilometri e aspettare per ore sotto il sole, ottenendo in cambio soltanto 15-20 minuti, per procurarsi la maggior quantità di cibo possibile. Tutto ciò avviene in un contesto di ingiustizia, in cui vige la legge del più forte. Al termine del tempo concesso, i cecchini aprono il fuoco sulle persone, non per disperderle, ma appositamente per rallentarle mentre scappano via.  «Sono più di 4000 i morti e più di 11000 i feriti causati da questo meccanismo che gioca sulla disperazione della gente». La gravità e la rapidità con cui la malnutrizione avanza sono determinanti anche per i bambini, le donne in gravidanza e i neonati. Per questi ultimi la situazione è estremamente critica, poiché molte donne soffrono di ansia cronica, depressione e dissociazione, dovute alle condizioni di vita estrema, le quali spesso rendono l’allattamento impossibile; per di più il latte in polvere, unica alternativa a quello materno, non viene fatto entrare da Israele. Le donne partoriscono il più delle volte in condizioni estreme, dato che sono state colpite quasi tutte le strutture legate al parto. Il loro stesso corpo è soggetto a umiliazioni costanti, in quanto Israele non permette l’arrivo di kit igienici o mestruali e nega loro la privacy. «A causa di questo sopruso, molte adolescenti in età fertile preferirebbero essere sterilizzate piuttosto che avere un’altra mestruazione e si estraniano completamente dal loro corpo». Si può presupporre, perciò, che le donne e le ragazzine siano diventate un nuovo bersaglio, allo scopo di cancellare la nuova generazione. Anche i bambini vengono colpiti con una precisione chirurgica e quelli che riescono a sopravvivere «spesso vengono nei nostri ambulatori chiedendo di morire per raggiungere i loro familiari, che non ci sono più». Marchiò ha, infine, ribadito: «A Gaza non esiste più l’umanità. Gaza non è conflitto, Gaza è occupazione, segregazione, apartheid. Noi tutti siamo testimoni in mondovisione di un genocidio e abbiamo la responsabilità di alzare la nostra voce».
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