L’Unione della Romagna Faentina è nata nel 2012 per l'ex presidente Malpezzi: «scelta imnprescindibile»

Romagna | 02 Ottobre 2026 Cronaca
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Riccardo Isola - Quasi quindici anni dopo l’avvio, l’Unione della Romagna Faentina ha completato il percorso per il quale era stata immaginata: mettere insieme funzioni, personale e risorse dei sei Comuni per costruire una macchina amministrativa capace di lavorare su una scala più ampia, razionalizzando i costi e, soprattutto, migliorando i servizi per cittadini e imprese. Il percorso è formalmente concluso. La verifica dei risultati, però, è tutt’altro che esaurita. L’Unione dei Comuni di Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Faenza, Riolo Terme e Solarolo nasce il primo gennaio 2012. Alle spalle c’era già l’esperienza avviata nel 2009 dai tre Comuni collinari, dopo la soppressione della Comunità Montana dell’Appennino Faentino (Casola, Riolo e Brisighella). L’idea era ambiziosa. Non fondere i Comuni, che avrebbero mantenuto sindaci, consigli e rappresentanza democratica, ma associare le funzioni per costruire una struttura amministrativa comune. Il documento istitutivo parlava esplicitamente di «innovazione amministrativa», tra le più avanzate in Emilia-Romagna, e indicava come obiettivo quello di migliorare «efficienza ed efficacia» dei servizi, razionalizzare le risorse pubbliche e aumentare quantità e qualità delle prestazioni. Una prospettiva accompagnata, già allora, dal fatto che i sei territori non erano uguali. Faenza contava da sola più abitanti degli altri cinque Comuni messi insieme; il territorio comprendeva pianura, collina e montagna, con economie, esigenze e vocazioni differenti. La scelta fu comunque quella di procedere, trasferendo progressivamente competenze e strutture all’Unione. Nel 2015 arrivarono personale, informatica, Suap, protezione civile e pianificazione. Nel 2016 fu la volta, tra gli altri, di urbanistica, edilizia privata, turismo, contabilità e servizi sociali, oltre alla sicurezza sul lavoro. Nel 2016 venne istituita anche la Stazione unica appaltante. Il passaggio decisivo arrivò nel 2017, quando furono associati lavori pubblici, polizia municipale, demografia e Urp, servizi educativi e scolastici, tributi, comunicazione istituzionale, politiche europee e gestione delle partecipate. Dal primo gennaio 2018 entrarono infine cultura e sport, patrimonio immobiliare, anticorruzione e trasparenza e una serie di funzioni trasversali, completando il quadro. Sulla carta il disegno è arrivato a destinazione. Nella pratica, l’esperienza di questi anni mostra che l’accentramento amministrativo non è automaticamente sinonimo di maggiore efficienza. La struttura è più ampia e le competenze condivise sono numerose, ma restano margini di miglioramento nell’organizzazione, nella capacità di risposta e nei tempi dei procedimenti. Il punto non riguarda, infatti, soltanto l’efficienza interna degli uffici. Tocca direttamente servizi che accompagnano la vita quotidiana di persone e famiglie: scuola, servizi educativi, sociale, anagrafe, tributi, edilizia, sicurezza, lavori pubblici. In diversi ambiti la questione della dotazione di personale resta un elemento concreto, capace di condizionare la capacità degli uffici di rispondere con tempestività alla domanda dei cittadini. È proprio qui che si misura la distanza tra il progetto originario e la sua realizzazione. L’Unione era nata per fare «ciò di cui si avverte il bisogno». Alle soglie dei quindici anni il tema è capire quanto la macchina costruita sia in grado di produrre quel salto di qualità. L’Unione non è più un esperimento. È realtà consolidata che deve misurarsi con i risultati. Il parametro più importante non è quanti servizi, ma quanto rapidamente ed efficacemente quei servizi arrivino alle persone.

L’ex presidente Giovanni Malpezzi: «Fu una scelta imprescindibile per migliorare le risposte ai cittadini»

Nel 2009 l’ex Comunità Montana dell’Appennino Faentino venne trasformata nell’Unione dei Comuni di Brisighella, Casola Valsenio e Riolo Terme e, dal 2012, si allargò a Faenza, Castel Bolognese e Solarolo. Quali erano le motivazioni che vi spinsero a costruire un’unione territoriale più ampia?
«Nel 2012 non eravamo del tutto impreparati rispetto ad una gestione condivisa di servizi fra i sei Comuni faentini. Esisteva già una relazione fra questi Comuni, una relazione che risaliva, fin dal 2004, alla gestione associata dei Servizi Sociali e, successivamente, di alcuni servizi di Polizia Municipale, nonché alla redazione della pianificazione urbanistica dei sei comuni; quindi c’era già una visione di territorio unitaria.  Al momento della costituzione c’erano sei sindaci con la medesima visione di territorio e con la convinzione di omogenizzare i servizi, per non lasciare indietro nessuno ed evitare lo spopolamento dei territori decentrati. D’altra parte, la grave carenza di risorse finanziarie è servita come acceleratore. L’utilità di lavorare in modo unitario ha consentito di realizzare piani di sviluppo comuni, presentandoci ai tavoli provinciali e regionali con una capacità negoziale più forte. Inoltre, questo processo è stato facilitato dal fatto che la Romagna Faentina era già un ambito ottimale, ossia corrispondente al perimetro del distretto socio-sanitario e un territorio omogeneo nel nostro caso, il 70% dei residenti nei 6 Comuni lavora o studia all’interno dell’Unione».
Oggi, soprattutto dopo le alluvioni e davanti alle difficoltà demografiche, economiche e infrastrutturali delle aree collinari e montane, quanto è diventato strategico per la periferia avere l’Unione? Riesce a dare più forza?
«Il banco di prova delle emergenze Covid e alluvioni ha dimostrato l’utilità di questa sorta di fusione organizzativa”realizzata tramite la costituzione dell’Unione: avere un unico centro di gestione delle risorse organizzative e del personale, sufficientemente dimensionato per rispondere alle emergenze (ma anche alla quotidianità), pur mantenendo i centri decisionali decentrati sul territorio, in capo agli organi istituzionali. Questa è la forza del modello URF: mantenere servizi delocalizzati, accentrando l’organizzazione».
Lei ha guidato l’Unione dal 2012 fino alla conclusione della sua esperienza amministrativa. Guardando oggi a quella stagione, quali sono state le conquiste più importanti e quali, invece, le difficoltà?
«Nel giro di 4 anni, fra il 2015 e il 2018, furono trasferite in Unione tutte le funzioni e tutti i dipendenti; nessuno dei sei Comuni oggi ha dipendenti in pianta organica, neanche il Comune di Faenza. Di contro, l’URF può contare su una forza lavoro di circa 500 dipendenti. Ovviamente ci sono criticità. Le risorse sono sempre limitate e la domanda dei servizi richiesti non può essere soddisfatta con la qualità e quantità desiderata. Ma, mi chiedo, come staremmo oggi se non avessimo fatto l’Unione? Credo che la nostra capacità di risposta ai bisogni dei cittadini sarebbe ancora più carente. C’è ancora tanto lavoro da fare. L’aver ottenuto il riconoscimento da parte della Regione dello status di Unione Avanzata ha aperto opportunità di accesso a risorse finanziarie nuove. Auspico che questa possibilità consenta un ulteriore sviluppo, in particolare per la qualificazione dei servizi tramite gli Sportelli Polifunzionali».
 
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