La morte nell’era del digitale Sisto: «È fondamentale separare la memoria dall’immortalità»

Emanuele Malavolti - Quante vite abbiamo oggi? Una non ci basta più e allora ce ne inventiamo altre, parallele, in rete. Si assiste così al moltiplicarsi delle identità digitali su piattaforme social come Facebook, Instagram, Tik Tok e Reddit. Ma cosa accade a questi profili dopo che si è varcata l’ultima soglia? Secondo gli studiosi, in un futuro prossimo quelli delle persone decedute saranno più numerosi di quelli dei vivi.Un nuovo interrogativo che dobbiamo affrontare sta nello scegliere se e come occuparci dell’eredità digitale di una persona defunta. Per approfondire la questione e il rapporto tra morte e tecnologia, abbiamo posto alcune domande a dei tanatologi, studiosi della morte per professione. Abbiamo chiesto al medico, psicologo e direttore dei servizi della Clinica della crisi di Bologna, Francesco Campione, che cosa rappresenta per lui la morte e se esiste un modo giusto per affrontarla. «La morte è un passaggio -per il dottore- a un’altra vita, al nulla, al mistero, dalla materia organica all’inorganica e infine un passaggio a chi resta, cioè agli altri». «Tutte queste concezioni -aggiunge- contengono un grado di verità, ma sono considerate più o meno giuste, a seconda della concezione prevalente in ciascuno di noi». Davide Sisto, tanatologo e studioso di cultura cyborg all’Università di Torino, ha invece sottolineato come nella nostra società è difficile accettare l’idea del trapasso, in quanto «siamo abituati a vivere come se non si dovesse morire mai». Questa convinzione, secondo lui, è dovuta all’aumento della durata della vita media, molto diversa rispetto a fine Ottocento: «ora si aggira intorno agli 80-85 anni, mentre nel diciannovesimo secolo era a malapena sui 35-40 anni». Ciò, naturalmente, ha comportato un cambiamento nel nostro modo di concepire la morte e, per sviluppare un atteggiamento più maturo, a detta sua, dovremmo imparare a pensarla come «strettamente legata alla vita, seguendo il famoso carpe diem oraziano, cogliendo l’attimo». Esiste poi un limite da non oltrepassare nel ricorso alla tecnologia, per ricordare una persona defunta? Campione, alla domande, risponde chiaramente che l’unico confine da non superare riguarda «l’illusione che un avatar virtuale possa far rivivere materialmente la persona venuta a mancare». Per Sisto l’utilizzo della rete, dei social in particolare, per ricordare la morte di un caro rappresenta una «trasformazione positiva del rituale funebre». Inoltre è «un modo per far sentire le persone in lutto meno sole, visto che spesso -spiega- si trovano isolate a causa dell’imbarazzo delle altre persone nei loro confronti». Perciò, anche se non è assolutamente obbligatorio condividere il lutto, pensa che i social diano la possibilità di esprimere il proprio dolore. Abbiamo poi affrontato la questione del testamento digitale. Sisto non ha dubbi in merito: per lui va fatto. «Sui nostri dispositivi -afferma- si trovano contenuti molto privati e non tutti hanno piacere che siano divulgati dopo la loro morte, dunque è importante che ognuno di noi stabilisca l’eredità più corretta e in linea con il proprio vissuto. Solo con indicazioni chiare e oggettive è possibile rispettare veramente la memoria dei defunti. Inoltre, il testamento digitale limita il dolore di chi ha patito la perdita, perché sa cosa fare e cosa non fare». Oggi chi ha difficoltà a elaborare il lutto può anche ricorrere a un chatbot che replichi la voce e quindi la presenza di una persona morta. Su questa possibilità Sisto mette però in guardia: «È fondamentale separare la memoria dall’immortalità. Se si crede che un chatbot renda immortale la persona morta, si rischia di cadere in una forma di alienazione o di dipendenza da uno strumento che confonde, poiché fa credere che il defunto non lo sia davvero. Se invece -aggiunge- si crede che il chatbot riguardi la memoria dell’estinto, allora può essere utile per elaborare il lutto. Diventa, cioè, uno strumento che segue il percorso iniziato dalla fotografia e giunto alle tecnologie digitali: parlando con il chatbot, ricordo il tono di voce del morto, ricordo le situazioni vissute insieme, ravvivo la relazione simbolica con lui». Ma la tecnologia e gli strumenti digitali stanno rendendo più consapevoli i giovani, riguardo a un argomento delicato come la morte? A questo proposito, i due studiosi hanno risposto affermativamente. Campione però precisa che la tecnologia dei computer, «macchine dalla memoria prodigiosa», può far progredire solo le concezioni della morte che si basano sulla memoria, cioè su una consapevolezza della morte come un annullamento, che si può rendere reversibile con la memoria». Sisto è convinto che «la presenza dei morti nella dimensione online sia utile per ragionare tutti insieme sul ruolo della morte nella vita» e che i social vengano utilizzati «per creare percorsi di consapevolezza riguardo alla nostra mortalità». Infine il tanatologo pensa che «la scuola debba sfruttare questo rapporto tra la morte e la tecnologia, per creare momenti di discussione con i giovani, in modo da costruire una società senza il tabù e la rimozione della morte».