La giornalista ravennate Alessia Arcolaci «nell’Albania che protesta contro il mega resort di Trump»

Romagna | 23 Giugno 2026 Mappamondo
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Alessia Arcolaci - «Se tutti partiamo, chi resta a costruire il futuro dell’Albania?». Luljeta ha 24 anni e lavora come barista in un caffè a pochi passi da piazza Scandenberg, nel cuore di Tirana e delle proteste che per giorni e giorni hanno scosso il Paese. Mentre prepara un espresso racconta una storia che qui conoscono in molti. I suoi amici sono quasi tutti andati via: Italia, Germania, Francia. Sono partiti per studiare, lavorare, costruirsi una vita altrove. Lei invece è rimasta. «Voglio stare vicino a mio fratello minore», racconta. Ma non è l’unica ragione: Luljeta vuole credere che un futuro in Albania sia ancora possibile. «Se tutti partiamo, chi resta a costruirlo?».
Sono stata in Albania per seguire le proteste contro il progetto del resort di lusso che l’imprenditore americano Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, inviato speciale per la pace del governo di Donald Trump, vuole realizzare sull’isola di Sazan e nella vicina area protetta di Zvërnec, tra la laguna di Narta e il mare Adriatico. In piazza ho incontrato ambientalisti, studenti, ricercatori, operai, lavoratori e lavoratrici, attivisti. Ufficialmente protestano contro un progetto immobiliare destinato a trasformare una delle aree naturalistiche più preziose del Paese ma ascoltando le persone emerge rapidamente che la posto in gioco è molto più ampia: riguarda il rapporto tra cittadini e potere, tra interesse pubblico e privato, tra sviluppo economico e partecipazione democratica. L’Albania chiede al suo premier Edi Rama, alla guida del Partito socialista, eletto per la quarta volta da un anno appena: trasparenza, basta corruzione, lotta alla mafia, distribuzione della ricchezza. Del progetto legato all’isola di Sazan molti contestano non solo il progetto in sé ma il modo in cui è stato reso possibile: modifiche normative, deroghe alle tutele ambientali e decisioni arrivate dall’alto che hanno alimentato il timore che la voce dei cittadini conti sempre meno quando entrano in gioco investimenti miliardari.
Per questo, la difesa di Sazan è diventata anche una lotta per la tenuta democratica del Paese. In un Paese che negli ultimi anni ha visto migliaia di giovani emigrare e che aspetta l’ingresso in Europa da anni, il tema assume una dimensione ancora più profonda: non si tratta solo di lavoro e salari. Molti dei ragazzi e ragazze che manifestano vogliono sentirsi parte di una comunità politica, poter scegliere per il loro futuro. Restare, dicono, è possibile solo se ci sono spazi di partecipazione e le istituzioni sono in grado di ascoltare.
Per questo la storia di Luljeta e quella dell’isola di Sazan finiscono per intrecciarsi: da una parte una giovane donna che sceglie di non andare via dal suo Paese, nonostante tutto e dall’altra un movimento che chiede spazio. In mezzo c’è la stessa domanda: quale Paese troveranno le nuove generazioni e quanto spazio avranno per contribuire a costruirlo? «A volte penso che sarebbe più facile partire», continua Luljeta. «Ma non voglio passare la vita a lamentarmi dell’Albania da un altro Paese: voglio migliorarla restando qui».
 
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