L'operatore umanitario Hamdouna: «I palestinesi sono costretti a negoziare diritti che dovrebbero già avere»

Arua Charfi - Yousef Hamdouna è un operatore umanitario nato e cresciuto nella Striscia di Gaza. La sua storia in Italia è iniziata nel 2007 quando si è trasferito a Rimini per un corso di formazione di 9 mesi presso Educaid, l’organizzazione italiana per la quale oggi gestisce progetti in Medio Oriente. Durante quel periodo era iniziato l’assedio a Gaza, che lo ha costretto a rimanere in Italia fino al 2010, quando è stato possibile rientrare nella Striscia. Aveva deciso di tornare per mettere a frutto le competenze acquisite e, da allora, ha continuato a muoversi tra Gaza e l’Italia, quando la situazione lo ha permesso. Da ottobre 2023 si trova in Italia per una missione di lavoro e non ha più potuto fare ritorno in Palestina. In questa intervista, Hamdouna condivide la sua esperienza, raccontando la resilienza della comunità palestinese e il senso del suo lavoro per l’educazione e la giustizia sociale.
Durante i suoi anni a Gaza, di cosa si occupava?
«Gestivo progetti di cooperazione sull’educazione inclusiva. Il più importante è stato la creazione a Gaza di un centro per la vita indipendente delle persone con disabilità, unico in tutto il Medio Oriente. Il centro ospita un team multidisciplinare, composto anche da persone con disabilità: terapisti occupazionali, architetti specializzati in accessibilità e tecnici che producono e manutengono ausili, molto carenti nella Striscia. Oltre a questi, offre percorsi di empowerment per aumentare l’autonomia personale. Noi partiamo sempre dal volere dell'utente e applichiamo il twin-track approach: lavoriamo sia sulla persona, con progetti di vita individuali in cui l’utente è protagonista e decide gli obiettivi da raggiungere, sia sull’ambiente, per rendere la comunità più accessibile. Mi occupavo della gestione fino a quando è stato bombardato. Oggi, insieme ai colleghi ancora in vita, continuo a coordinare da remoto i progetti attivi nella Striscia».
Qual è secondo lei il confine tra il rischio personale e il valore della testimonianza?
«Viviamo in un mondo pieno di censura e rischi, che variano a seconda del messaggio e della causa per cui ci si espone. Raccontare la propria storia comporta una grande responsabilità: la testimonianza deve trasmettere la verità, altrimenti può fare più danno che altro. Chi critica il sistema e promuove un pensiero diverso affronta difficoltà e rischi e io stesso non sono tutelato perché non sono cittadino italiano. Il mio obiettivo non è soltanto fare testimonianza, ma invitare gli altri a pensare. Se riesco a spingere qualcuno a riflettere, è già un grande traguardo».
Quando parla ai giovani, sente più indifferenza o desiderio di capire?
«Trovo molta curiosità nei giovani. Gli incontri più soddisfacenti e stimolanti sono proprio con loro: vogliono capire senza pregiudizi, pongono molte domande e si crea spesso un dibattito piacevole. A volte non condividono le idee, ma sono comunque disposti ad ascoltare e a riflettere sul tema. Con un altro tipo di pubblico, invece, c’è più difficoltà. La mentalità occidentale tende ad avere punti fissi e idee consolidate, con una visione del mondo diversa: questo rende più difficile mettersi in discussione e provare empatia».
Che significato ha la resistenza a Gaza?
«Assume varie forme. Spesso si associa ad armi o terrorismo, dimenticando che esistono anche altre forme, come gli investimenti nella società, di cui mi occupo anch’io. La resistenza armata è riconosciuta dal diritto internazionale, ma non è l’unica. Io la spiego soprattutto attraverso il diritto: non sono un giurista, ma le mie conoscenze mi permettono di utilizzarlo come bussola per spiegare cosa significano occupazione, violazione dei diritti e importanza di un’empatia non selettiva».
Cosa direbbe a chi pensa che le proteste non servono?
«Scendere in piazza è uno strumento per avviare un cambiamento, che però non è immediato. Ho incontrato molti giovani frustrati perché vedono che, nonostante gli sforzi, la situazione peggiora, ma è importante riflettere sul perché siamo privi di strumenti per cambiare le cose e organizzarsi: il processo richiede continuità e non deve essere occasionale. Chi protesta per la Palestina deve capire come il proprio paese è complice di ciò che accade e seguire l'obiettivo di promuovere una politica estera che rispetti il diritto internazionale. La situazione a Gaza è responsabilità non solo dei governi di oggi, ma anche delle generazioni precedenti, che hanno permesso la nascita di un esecutivo complice di un genocidio. Il mio messaggio è di impegnarsi: tutti parlano di pace ma le persone continuano a morire e l’attenzione si sta spostando altrove. Gli strumenti internazionali, come il piano di Trump, non perseguono la pace e la giustizia, ma cercano di spegnere la scintilla che si è accesa nelle piazze, che da sempre fanno paura agli oppressori. Il nostro compito è non ripetere gli errori delle generazioni precedenti, evitare che la frustrazione cancelli ciò che abbiamo costruito».
Riesce a immaginarsi la pace oggi?
«Di solito sono molto ottimista, ma in questo caso faccio fatica. Adesso si parla del piano Trump, ma più che promuovere la pace, permette a Israele di agire senza conseguenze e priva i palestinesi dei loro diritti. Costoro sono costretti a negoziare diritti che dovrebbero già avere. Gli accordi di Oslo fallirono anche perché i palestinesi non erano sullo stesso piano di Israele e hanno dovuto trattare per ciò che già spettava loro, l'oppresso non può negoziare con il suo oppressore. Inoltre non ci si può aspettare che un popolo che ha subìto tutto ciò, perdoni senza che venga fatta giustizia, bisogna comprendere il dolore di chi ha perso la casa, la famiglia e il futuro. Non si tratta di vendetta, ma di rispetto della loro umanità. Solo dopo aver fatto giustizia si può parlare davvero di pace e io vedo poca giustizia nel mondo».
Che cosa dà speranza ai palestinesi?
«Abbiamo vissuto più di 100 anni di ingiustizie e imparato ad arrangiarci e rialzarci, sviluppando un livello straordinario di resilienza. I palestinesi non se ne vanno, perché se le ingiustizie le subiscono sulla loro terra, non si aspettano di ricevere giustizia altrove. La nostra identità è profondamente legata alla terra e la forza del popolo sta proprio in questo: mantenere la tradizione viva. Non abbiamo infatti solo miseria, noi continuiamo a produrre meraviglie. I palestinesi sono speranzosi, non perché credono che un giorno la comunità internazionale si svegli e ponga fine a tutto, ma perché essere palestinesi significa andare avanti, resistere su quella terra».