Il sassofonista faentino Silvio Zalambani è rientrato dal tour spagnolo

Romagna | 26 Novembre 2019 Cultura
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Federico Savini
«La mia carriera artistica in definitiva è quasi tutta protesa verso il Sudamerica, e quindi è l’Atlantico il mare che in un certo senso conosco meglio. Però non posso certo dire di non amare e conoscere anche il Mediterraneo e in questo nuovo album, che è in egual misura ragionato ed estemporaneo, la mia passione per il “nostro mare”, che poi è anche quello degli europei e dei nordafricani, si sente tutta». Se aggiungiamo che Silvio Zalambani parla al telefono da Trapani, dove da vent’anni insegna al conservatorio, si capisce ancora meglio perché prima o poi il sassofonista faentino dal cuore sudamericano dovesse per forza tributare anche i suoni del mar Mediterraneo. Quelli che si sentono, fra tante altre influenze, nel nuovo cd «Viaggiatori/Viajeros», disponibile anche in streaming e realizzato in coppia col pianista argentino Federico Lechner, ormai un compagno di viaggio di lungo corso per Zalambani, che affianca quindi questo duo tra le sue collaborazioni «stabili», vedi Tango Tres, Grupo Candombe e Sandra Rehder.
Prodotto ancora una volta dalle edizioni Borgatti, «Viaggiatori/Viajeros» è probabilmente il disco più «jazz» mai inciso da Zalambani, una briosa raccolta di musiche dalle ispirazioni felicemente contaminate, che è davvero facile immaginare come solari ricordi di viaggio, cesellati dall’intesa ormai magnetica e vitale con il pianista Lechner. «E’ senz’altro un disco che suona più jazzistico del solito - conferma Zalambani, uno che per capirci negli ambienti del tango suona a massimi livelli -, ma il mio è un jazz latino e mediterraneo, non quello che ha le radici a New Orleans. Del resto, qui proviamo a raccontare in musica 13 viaggi in giro per il mondo, tra America, Europa e Africa».
L’improvvisazione si sente nell’effervescenza del dialogo strumentale ma la scrittura c’è…
«Non si direbbe ma è davvero un disco con tanta improvvisazione. A differenza del primo album che feci con Federico Lechner, qui potevamo contare su un’intesa cementata da anni di concerti e su brani nuovi, scritti appositamente per il duo, mentre la prima volta lavorammo su brani di repertorio. Il disco è praticamente un live, un concerto senza pubblico perché i pezzi hanno avuto pochissimi take e un lavoro post-produttivo sui suoni minimo. Abbiamo lasciato anche piccole imperfezioni, perché catturano lo spirito del momento»
Il tema dei viaggi da dove arriva?
«Dal fatto di farne molti per lavoro! In particolare i brani sono nati da esperienze mie e di Federico in Nordafrica, Spagna, Francia e altri posti che abbiamo frequentato molto. I titoli dei brani sono in un certo senso tutti “criptati”, pieni di riferimenti a cose personali che si possono al massimo intuire. Un gioco, che ci ha permesso di raccontare il viaggio a 360°, quindi esperienze reali ma anche viaggi metaforici».
Nessuna presentazione ancora in Italia, ma siete stati in Spagna…
«Per l’Italia ci stiamo organizzando per la primavera e questo è un disco con il quale contiamo di girare alcuni anni. In Spagna abbiamo fatto una tournée molto bella, tra club e teatri, e abbiamo avuto l’onore di suonare per tre sere al Café Central di Madrid, il più importante jazz-club spagnolo. Nei giorni in cui abbiamo suonato lì, in cartellone c’erano anche Eliot Zigmund, ultimo batterista di Bill Evans, e Perico Sambeat, poco noto in Italia ma per gli spagnoli è una specie di Charlie Parker!».
E’ un disco molto vivace, vicino a quell’epoca in cui la musica jazz, prima degli anni ’60, avvicinava davvero quella popolare. E’ voluto?
«Voluto no, ma sembra che queste sensazioni arrivino a tutti quelli che ascoltano il disco. Io lo attribuisco all’interazione raggiunta con Federico, che ci permette di suonare con spontaneità. Così, anche i brani che avrebbero un’atmosfera dimessa sono luminosi. Federico l’ha capito prima di me, gli son venuti dubbi sulla copertina in bianco e nero che avevamo scelto. Poi ha visto una foto che scattai dieci anni fa durante un tour in Patagonia, tra San Martin de los Andes e San Carlos de Bariloche, e pensò fosse perfetta. Il produttore Borgatti ha avuto la medesima idea, al punto che ha voluto sottolineare la luminosità della musica con una copertina lucida. Penso che il brano Samba congelado rappresenti bene questo aspetto: eravamo in Finlandia, a suonare a -20 gradi ma con il Brasile nel cuore e nelle mani!».
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