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Il produttore cinematografico romagnolo Maurizio Totti fra le difficoltà dei set e i film sulle piattaforme

Romagna | 20 Febbraio 2021 Cultura
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Federico Savini
«Come si riderà dopo la pandemia non lo so proprio. Ma non per l’impatto del virus sulle nostre vite, che c’è già stato e lascerà ulteriori segni, ma proprio perché le risate sono quanto di più soggettivo esista. E almeno su questo, credo che la pandemia non cambierà le cose». Stempera con il pragmatismo dei romagnoli Maurizio Totti, produttore cinematografico di origine conselicese, con una lunga carriera alle spalle e oggi impegnato negli studi milanesi della Colorado Film a lanciare un nuovo progetto le cui riprese sono partite proprio in questi giorni, con la speranza che possa approdare in sala.
Maurizio Totti lavora in particolare con Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores da più di trent’anni, la sua attività l’ha portato spesso a misurarsi anche con la tv (vedi proprio lo show comico Colorado) e a produrre film di ogni genere, dalle commedie fino agli horror di richiamo internazionale. E proprio una commedia e un horror, segnatamente Ridatemi mia moglie con Diego Abatantuono, Fabio De Luigi e Carla Signoris, e A Classic Horror Story, di Roberto De Feo e Paolo Strippoli, sono i film a cui Maurizio Totti ha lavorato in questi mesi. «Progetti chiusi a livello di riprese - fa sapere lui stesso -, ora sono in fase di montaggio. Il primo uscirà su Sky e il secondo su Netflix. Proprio in questi giorni devono invece partire le riprese di un film di Guido Chiesa, con Abatantuono e Frank Matano. Il titolo provvisorio è Dica 33 e si tratta di una commedia».
Pensata per il cinema?
«Praticamente tutto quello che faccio è pensato per il cinema! Del resto, io sono un uomo di cinema; forse suona un po’ all’antica ma è così. Continuo a vedermi come uno che produce film per le sale, andrò avanti in quest’ottica».
Anche se i film escono direttamente in streaming sono comunque pensati per le sale.
«Sì, è stata la pandemia a fare sì che alcuni nostri film finissero in tv. Nello specifico parlo di 10 giorni con Babbo Natale e di Cambio tutto, un film molto forte con Valentina Lodovini che sarebbe dovuto uscire l’anno scorso per l’8 marzo. Invece, è stato trasmesso direttamente su Amazon Prime, come anche l’altro film».
Qual è la differenza maggiore, per un produttore, fra l’uscita al cinema e quella in tv?
«La principale è proprio l’emozione. E’ tutta un’altra cosa. Io ho fatto una quarantina di film e l’adrenalina che si prova nelle settimane che precedono l’uscita di un film e in quelle successive è davvero impagabile. Delle volte va male, naturalmente, ma il punto è proprio l’emozione che si vive. E’ vita, banalmente. Oggi, poi, è possibile conoscere gli incassi di un film praticamente in tempo reale: si soffre e si gioisce in diretta».
Con la tv c’è meno brivido?
«Sì, fondamentalmente è questo. Nella tv pubblica c’è comunque l’audience, la vedi il giorno dopo ma in ogni caso il film è andato. C’è tensione anche per quello, naturalmente, però non è comparabile. Le piattaforme invece non hanno dati rilevabili. I gestori li conoscono e devi fidarti di quel che dicono loro. E’ una cosa che toglie l’entusiasmo. Trent’anni fa ricostruire gli incassi di un film in poco tempo era proprio un’operazione complicata. Io telefonato direttamente alle sale, dicendo che ero il produttore del film e spesso neanche mi credevano! Un po’ alla volta ho cominciato ad avere sale di riferimento qui in Lombardia e dai loro dati mi vo un’idea di come stesse andando il film in regione. Poi vo una proporzione tra il mercato lombardo e quello nazionale e grosso modo ricavavo un pronostico sugli incassi totali. Delle volte ci andavo molto vicino! Altri tempi davvero…».
Saranno diverse anche le dinamiche commerciali tra cinema e tv…
«Certo, ma infatti quelle televisive le conosco assai meno del cinema. Ho studiato meno la tv e certe volte non è del tutto chiaro quale sia la mia concorrenza. Invece nel cinema l’ho sempre saputo bene, ho sempre saputo come interpretare il box office».
Come ha impattato il Covid sul vostro lavoro quotidiano?
«Impatta soprattutto sui costi di produzione. Giustamente vanno seguiti i protocolli e si fanno tamponi di continuo. Io manco dal set da un anno, d’altra parte sia io che Diego Abatantuono non siamo giovanissimi né perfettamente in linea; diciamo che siamo i migliori clienti del virus e almeno io sto lontano dai set, visto che la nostra produzione è dislocata a Roma. Le difficoltà aggiunte dal virus sono molte, alcune prettamente logistiche. Ad esempio, se mi accordo per girare una scena in un appartamento con il proprietario, nel momento stesso in cui la troupe arriva davanti alla palazzina capita che gli altri condomini si spaventino e vadano rassicurati. E facciamo gli scongiuri sul fatto che si ammali qualcuno sul set, cosa che fin qui non ci è successa. Un tecnico è tutto sommato sostituibile, ma un attore contagiato ferma un’intera produzione per settimane. E poi c’è tutto il problema distributivo: Cambio tutto doveva uscire l’8 marzo, avevamo cartelloni e pubblicità ovunque ma le sale han chiuso pochi giorni prima dell’uscita. In generale, adesso si lavora con un’ansia cattiva. C’è anche quella buona, che è legata all’incasso e al successo. Ora invece si oscilla fra la perdita e il pareggio…».
Domanda di prodotti però ce n’è, giusto?
«Hai voglia! Le commesse per produrre ci sono, ma tutto quanto costa di più. La situazione generale non è certo rose e fiori, intendiamoci, però quando saremo fuori alla pandemia, se il ritmo si manterrà questo, ci sarà molto da lavorare. Se fossi più giovane sarei abbastanza ottimista: le piattaforme aumentano e io spero che i cinema tornino a lavorare».
Com’è funzionata la distribuzione nei mesi scorsi?
«La pandemia ha preso tutti alla sprovvista e sono nate nuove piattaforme, come il Prime Video Store di Amazon, che ha grande ‘fame’ di prodotti e ha trasmesso anche i nostri film del 2020. Questo, in realtà, per via di un accordo che Amazon ha fatto con Medusa, che era il nostro distributore. Invece i film che stiamo producendo per Sky e Netflix hanno un contratto specifico che abbiamo gestito direttamente. Le nuove piattaforme, comunque, proprio perché hanno bisogno di piazzarsi sul mercato e tanto spazio ‘da riempire’, devo dire che in genere valorizzano bene i film».
Da qualche parte avete fatto uscire film in sala?
«Ci sono Paesi in cui le sale funzionano. Ad esempio The Nest - Il Nido di Roberto De Feo è un horror che abbiamo prodotto e che ha girato in tutto il mondo, in festival e circuiti di settore, con ottimi riscontri anche critici. In Spagna, poi, è stato quarto al box office in una settimana. Sono film che, rispetto alle commedie, hanno in genere una migliore circolazione internazionale».
In tv tornerà Colorado?
«Si può dire che abbiamo due edizioni pronte. L’anno scorso dovevamo partire in marzo e probabilmente l’avvio slitterà a settembre. Non è semplice fare un programma comico senza pubblico, specie se consideri che Colorado è soprattutto una rampa di lancio per emergenti. Anche per loro, esibirsi senza pubblico, sarebbe difficile».
Non è Sanremo, insomma…
«Niente, nella tv italiana, è paragonabile a Sanremo! Il giro d’affari dietro al Festival è enorme e in questo caso il business è più importante delle consuetudini, quelle cioè di fare spettacoli in sale gremite di pubblico. Lo faranno comunque, potrebbe anche essere interessante».
Dopo la pandemia, pensi che la tv on demand manterrà lo slancio di questi mesi? Colpirà il cinema?
«Questo non so dirlo ma la questione è importante. Io di sicuro so che tornerò al cinema, quindi è possibile che mi ritroverò a guardare un po’ meno la tv. Nel breve periodo, comunque, non penso proprio che ci saranno flessioni. Diciamo che in generale la crisi indotta dal Covid ha arricchito chi già aveva molto e colpito chi aveva meno. Pensa alla logistica, non solo quella di Amazon ma ad esempio la consegna dei pasti, che qui a Milano ha preso enormemente piede. Ecco, quella è un’abitudine che credo sarà mantenuta anche post-Covid. Riguardo alla fruizione dell’audio-video, che ora è massiccia anche per mancanza di alternative, qualche incognita ci può essere. Il punto, come dicevo, è l’eventuale cambio delle abitudini. Occorre sempre tempo per modificarle, ma di certo questo virus non verrà debellato in fretta. Per tornare al cinema, io posso solo dire che l’esperienza della visione in sala è totalmente diversa rispetto allo schermo della tv. Spero che non lo dimenticheremo».
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