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Il dj Robert-Eno fra il talent show «Movida» e la difficile congiuntura che vive il «mondo della notte»

Romagna | 14 Novembre 2020 Cultura
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Federico Savini
«Quando il mondo della notte ripartirà, dovrà cambiare per forza. L’attenzione sarà necessariamente puntata su spettacoli e generi di intrattenimento nuovi. E quindi l’auspicio è quello di meno bolgia e più qualità». Roberto Salaroli, in arte Dj Robertino o Robert-Eno quando veste i panni di timoniere della Relight Orchestra, è una delle voci più lucide e autorevoli del mondo della notte romagnolo. Forlivese di nascita e ravennate d’adozione, ha trascorso la quarantena riflettendo - con più ponderazione di tanti altri - sugli errori ma anche sulla demonizzazione del mondo che ruota intorno alla movida e alle discoteche. Nel frattempo è diventato un personaggio televisivo, come dj coach di Movida - School of the night, talent show che si è concluso nei giorni scorsi, è del tutto recuperabile in streaming ed è stato trasmesso da Teleromagna. Una finestra originale  sul mondo della notte e sul professionismo che si cela dietro al lavoro dei dj, naturalmente, ma in gara c’erano anche giovani bartender, vocalist e performer.
«Il programma l’abbiamo girato l’anno scorso - spiega Roberto -, quindi ante-Covid, con il pubblico in sala. Poi l’emergenza e il dito puntato sulla Movida, che stava proprio nel titolo del programma, ne hanno fatto slittare la programmazione».
Come nasce la trasmissione?
«Gli autori sono quattro. Si possono considerare ideatori il regista Nicky Nardini e Valeriano Rusciano, organizzatore di eventi nel mondo dei club e in particolare all’Energy di Cesenatico, che ha ospitato le esibizioni. A loro si sono aggiunti la responsabile di redazione Adele Linguerri e Greta Manuzi, già finalista ad Amici nel 2013 ed esperta proprio di talent show. Io sono uno dei coach dei giovani dj, insieme ad Ada Rey. Siamo un’accoppiata complementare, perché io ho fatto un po’ il Manuel Agnelli della situazione, cercando di valorizzare determinati aspetti e cose abbastanza underground, mentre Ada ha puntato sugli aspetti scenici e teatrali, guardando anche al look e al divertimento puro».
Il talent show è stato girato l’anno scorso con, immagino, un certo tipo di obiettivi. Oggi che significato assume?
«L’obiettivo era e resta quello di far conoscere, a chi vive il mondo della notte come fruitore ma anche a chi non lo conosce, quali siano le competenze professionali per operare in questo settore. Durante l’emergenza sanitaria il problema della movida notturna è stato associato all’aumento del contagio, assumendo un significato negativo. Per quello bloccammo la trasmissione. Oggi, il programma mostra la serietà del lavoro c’è dietro a questo mondo e può concorrere a riabilitare in qualche modo il termine “movida”. Sui social è andato molto bene ed è stato fatto un bel lavoro di comunicazione per farlo arrivare al di là dei confini di Teleromagna, che sono la nostra regione il Veneto. E’ tutto recuperabile in streaming e su Radio Studio Più ogni domenica pomeriggio facciamo una sorta di backstage della trasmissione, con riassunti, commenti e repliche delle esibizioni. E’ stato girato per lo più all’Energy ma con riprese all’esterno: nei locali dei bartender, in studi d’incisione e anche all’accademia musicale di Rimini».
Hai avuto a che fare con dj molto giovani. Che differenze hai notato rispetto a come tu hai approcciato questo lavoro?
«La differenza principale non è tanto fra me e loro, ma nasce dal presupposto dei cambiamenti che hanno segnato il mondo della notte fra la fine degli anni ’80, quando io cominciai, ed oggi. Allora si parlava di “100 locali in 100 km di costa”, da Ferrara a Pesaro, mentre oggi di discoteche attive in quella lingua di terra ce ne saranno una decina. Si balla però anche fuori dagli street bar, nelle feste in spiaggia e così via. Questo ha cambiato il ruolo dei dj. Trent’anni fa la discoteca era la principale occasione per che avevano i giovani per socializzare, mentre oggi nulla è più pratico dei social network. Il dj ha tempi di intrattenimento molto più stretti, il lavoro è diventato frenetico mentre noi potevamo disporre di serate intere per esibirci, maturare sensibilità ed elaborare scalette complesse. Poi c’è una grande differenza economica: oggi, se uon ragazzo riesce a suonare a qualche aperitivo e fa una serata ogni qualche settimana gli va anche bene, mentre noi arrivavamo a suonare anche 3-4 sere a settimana. Molti dj sono anche stati assunti e stipendiati da locali che erano, di fatto, grandi aziende. Il nostro problema era individuare il locale giusto a cui proporci, poi si trattava di imparare a mixare e in fin dei conti ci basavamo sulle certezze sui gusti del pubblico che ci davano le radio. Oggi l’offerta è frammentata: un ragazzo deve cercare la musica in rete, il turnover dei dj nei locali è molto più veloce, e insomma è difficile orientarsi. Per questo l’esperienza di un coach può essere molto importante, sempre che chi insegna abbia una mentalità aperta».
Come tutti, anche il dj sarà un mestiere che è possibile insegnare…
«Certo, e infatti oggi c’è molta disponibilità di professionisti che insegnano gli aspetti tecnici a chi inizia, ci sono corsi e scuole in tutta Italia, su come mixare e usare i software per la composizione. Però a me questi aspetti interessano pocoo. Credo che chi ama la musica la debba approcciare come meglio crede, non ne farei mai, ad esempio, un fatto di purismo per il vinile. Se negli anni ’80 avessi avuto le tecnologie di oggi non me le sarei fatte scappare. Noi abbiamo sempre cercato gli strumenti più innovativi, lo sguardo retrospettivo non serve a granché».
Che scelte hai fatto nel programma?
«Anzitutto ho scelto ragazzi giovanissimi, anche minorenni. Cercavo in loro delle ottiche di lavoro molto pure, incontaminate da esperienze pregresse che potessero averli condizionati. Inizialmente sono stati diffidenti e li capisco: sono abituati all’idea che gli adulti li ritengano incapaci e disprezzino la musica che piace a loro. La loro fiducia l’ho conquistata mettendomi al loro livello. Mi sono informato sulla loro musica e ho capito dove affonda le radici. A quel punto, siccome la musica è in continua evoluzione, ho illustrato loro un vero percorso storico-musicale, per fargli capire da dove nasce la musica che amano e trovare quindi un terreno comune di confronto. Questo li ha aperti mentalmente, hanno lasciato che io intervenissi nel loro stile e devo dire che alla fine hanno prodotto cose che hanno dello strabiliante».
Si è sempre detto che un dj deve anche capire il pubblico, interpretare le situazioni…
«Questo infatti è l’altro aspetto, più psicologico, che serve a un dj insieme alla cultura musicale e alla capacità di stare sul palco: ci vuole perspicacia nel carpire l’umore del pubblico, è un’analisi che si deve fare in tempo zero, bisogna essere veloci ed empatici per “governare” una serata. Un dj deve poi saper essere altruista, e ho lavorato anche su questo, perché in genere le serate prevedono l’alternanza fra colleghi e se le hit del momento te le giochi tutte tu, beh, cosa lasci ai tuoi colleghi?».
A bocce più ferme di qualche mese fa, è evidente a tutti che in questo momento, con il rialzo della curva epidemica, la riapertura delle discoteche non è ipotizzabile. Però il settore è stato al centro di molte accuse. Oggi come la vedi?
«Credo che il mondo della notte sia stato almeno un po’ scagionato dai fatti. I locali invernali sono chiusi da febbraio e quelli estivi da Ferragosto. Da tre mesi la gente non balla più nei locali e la situazione è in deciso peggioramento. Questo non significa che i locali non abbiano contribuito ai contagi, ma pur con tutte le difficoltà del caso molti hanno lavorato per far rispettare le regole. Una volta chiusi i locali sono aumentate le feste irregolari e lì non c’erano proprio regole. Tra l’altro è molto difficile stabilire con precisione se un focolaio si sviluppi proprio dentro a un locale o nei suoi pressi. Vediamo ragazzi ovunque scambiarsi le sigarette e bere dalle stesse bottiglie, e questo per tacere dei trasporti pubblici o degli assembramenti fuori da scuola, più che dentro dove sono certo che ci sia grande attenzione. Non credo che i ragazzi siano incoscienti, ma sono oggettivamente meno colpiti in prima persona e si sa che da giovani ci si sente indistruttibili. Personalmente, ho proposto sui social e anche a qualche politico l’idea di allargare le aperture di ogni attività, anziché il contrario. Avere poche ore a disposizione per la spesa, il divertimento e il ristorante credo porti inevitabilmente a creare resse, mentre sulle 24 ore si scaglionerebbe tutto. Oggi non discuto la ratio generale del disincentivare la gente a uscire di casa, però con numeri più bassi si poteva tentare. Mi è stato detto che l’idea era interessante ma difficile da strutturare. Per cambiare bisogna anche assumersi delle responsabilità».
Quanto cambierà il mondo della notte e quali opportunità si potrebbero cogliere per rinnovare il settore da una cesura storica così epocale?
«Il cambiamento è necessario per tutti, tanto più che parliamo di un settore in difficoltà. Locali e discoteche si decimano gradualmente da vent’anni e dobbiamo capire che il vecchio modello non funziona più. In estate siamo ripartiti e devo dare atto ai politici della nostra regione di essersi assunti delle responsabilità in nome del turismo e del lavoro. Purtroppo, solo pochi operatori del divertimento hanno puntato su idee nuove e pienamente rispettose delle norme sul distanziamento. E nel momento in cui altri hanno invece cercato nuovamente le di far ballare come prima, in barba alle regole, e non sono stati multati con celerità, beh, a quel punto hanno disincentivato i primi a ragionare su nuove formule più rispettose dell’emergenza. Non c’è stato un indirizzo comune della nostra categoria. In futuro dovrà esserci per forza: ribadisco, meno bolgia e più qualità».
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