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IL CASTORO | La pallavolista Alice Tomat ha partecipato ai «Giochi Olimpici Silenziosi» di Taipei

Romagna | 02 Gennaio 2022 Blog Settesere
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Ginevra Zoli
Si chiama Alice Tomat, ha 28 anni. Friulana di origine, si è trasferita a Faenza per amore nel 2018. Gioca a pallavolo da quando ne aveva 4.
Cosa fai nella vita?
«Sono laureata in architettura con lode, ma lavoro come impiegata in un’azienda a Lugo. Gioco in B2 nella Fenix Faenza, nella squadra dei sordi di Ancona e nella nazionale sorde con cui mi sto preparando per le olimpiadi dei sordi, separate da olimpiadi e paralimpiadi, che si terranno in Brasile a maggio 2022. Gareggio anche nella nazionale di beachvolley sorde, con la quale non abbiamo ancora conquistato un podio in due europei».
Per quale ragione hai iniziato a praticare sport e in particolare pallavolo?
«A pochi mesi dalla nascita, per cause sconosciute, sono stata diagnosticata sorda. All’età di 4 anni i miei vollero iscrivermi ad una squadra per arginare il mio handicap, che avrebbe potuto influenzare i miei rapporti sociali: nello sport esiste solo il gioco e nient’altro, pertanto mi iscrissero a pallavolo, nella squadra del mio paesino. Alla fine la palla è diventata il mio primo amore».
Cosa ha significato nel tuo percorso di vita fino ad ora lo sport?
«La mia vita è da sempre divisa in due: studio/lavoro e sport. Tuttavia, nonostante le tante esperienze vissute, non ho mai considerato la pallavolo una priorità, ma una stupenda valvola di sfogo. La nazionale, in cui sono entrata nel 2009 disputando le Deaflympics a Taipei, era una vera e propria seconda famiglia per me e tuttora è una parte importante della mia vita».
Hai partecipato agli europei di pallavolo nella nazionale italiana sorde, vincendo la medaglia d’oro. Cos’ha significato per te vincere questo campionato?
«Faccio parte della nazionale dal 2009, quando era totalmente sconosciuta e la federazione sportiva sordi Italia (Fssi) aveva talmente pochi contatti che le nostre divise erano da basket. Sembravamo più una squadra amatoriale, delle amiche che condividevano un handicap e si ritrovavano per giocare, non per vincere. Abbiamo conquistato l’argento agli europei del 2011. Nel 2016, la nuova allenatrice ci ha riportate alla vittoria con il secondo posto alle Deaflympics del 2017, l’argento agli europei under 21 di Palermo nel 2018, l’oro negli europei di Cagliari del 2019 e l’argento al mondiale di Chianciano terme nel 2021, perso al tie-break 15-13, sotto di due set, contro una Turchia che vantava ragazze militanti anche in serie A. Ricordo con orgoglio il bellissimo premio individuale di miglior giocatrice, ottenuto nel 2019. L’oro di Cagliari è stato il coronamento di anni di sacrifici, di sogni infranti e ricomposti, di estenuanti giri su e giù per l’Italia, alla ricerca di una visibilità ancora oggi abbastanza lontana. Purtroppo la Fipav ancora non riconosce la nostra nazionale, perché non appartenente né al Coni né al Cip (comitato italiano paralimpico), ma solo affiliata a quest’ultimo».
Come ti trovi con le tue compagne della Fenix?
«In questa squadra sono l’unica giocatrice sorda. Il mio handicap non mi permette di essere del tutto partecipe ad ogni situazione in cui c’è uno scambio verbale, ancor di più in uno spogliatoio in cui tutte comunicano concitatamente, ma quando un gruppo è unito si tende a non lasciare nessuno indietro e quindi, nel mio caso, le ragazze son comunque bravissime a ricordarsi spesso di me. Mi coinvolgono e non mi fanno pesare la mia disabilità: è un gruppo davvero bellissimo».
Che consiglio daresti ai giovani con disabilità che vogliono praticare un qualsiasi sport, ma hanno paura di entrare in contatto con questo mondo e competere con gli altri?
«Una volta che si inizia a giocare tutto il resto lo si dimentica: lo sport è un efficace strumento per sentirsi se stessi, nonostante i limiti. La sensibilizzazione degli ultimi tempi lo ha reso molto più accessibile ai disabili e non c’è divertimento e soddisfazione maggiore di quando ci si sente liberi».
A tuo parere come si pone la nostra società di fronte alle disabilità? E se qualcuno presenta una difficoltà sociale, come possiamo intervenire per cambiare la nostra realtà?
«Innanzitutto occorre informarsi sulla specifica disabilità, chiedendo pure ai diretti interessati, anche se qualcuno si imbarazzerà, perché è domandando che impariamo a rapportarci con ciò che non conosciamo. In Italia mancano la sensibilità e l’empatia che porterebbero ad informarsi e ad avere un approccio costruttivo: dalla politica fatta di mille parole e pochi fatti, alla gente generalmente a disagio con un ‘diverso’, ai pregiudizi delle persone su quelli che vengono definiti disabili fisici e sensoriali, ma che sono in tutto e per tutto persone con pensieri ed emozioni come tutti quanti. Ad esempio sono dell’idea che “non udente” evidenzi ancora di più una mancanza piuttosto che una diversità. Quando arriverà il tempo in cui il termine sordo non avrà più un’accezione negativa, allora saremo davvero liberi dai pregiudizi».
Come hai reagito alla notizia dell’uccisione della pallavolista afghana Mahjabin Hakimi?
«Oltre all’ovvio sgomento per la morte di una ragazzina, che altro non aveva fatto che inseguire un sogno, è subentrata in me, per l’ennesima volta, la consapevolezza di essere nata nella più fortunata metà del mondo, in un’Italia fatta di tante difficoltà per i sordi, ma in cui posso comunque inseguire la palla, libera».
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