IL CASTORO | King Crimson, 50 anni dopo

Romagna | 27 Dicembre 2019 Blog Settesere
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Jacopo Venturi

Siamo nell’estate del ’69 e un esordiente gruppo di Londra si trova in studio per registrare il primo album. La formazione è inizialmente instabile per poi affermarsi con il chitarrista art rock Robert Fripp, il sassofonista Ian McDonald, Michael Giles alla batteria, il bassista e vocalist Greg Lake (futuro bassista del trio Emerson, Lake & Palmer) e il poeta Peter Sinfield come scrittore dei testi.

Lo stesso anno stava per cominciare la prima edizione del nascente festival di Woodstock, la controcultura hippie si stava ndo sentire, erano già usciti capolavori come Abbey Road (The Beatles), Tommy (The Who) e Led Zeppelin II ed anche il loro primo disco sarebbe stato pubblicato di lì a poco. Si chiamavano King Crimson e cinquant’anni fa, il 10 ottobre 1969, usciva uno tra i più importanti album progressive rock mai registrati, precursore del genere nel decennio successivo: In the Court of the Crimson King.          

Si tratta di cinque brani di durata non inferiore ai sei minuti ciascuno -scelta coraggiosa al giorno d’oggi, figuriamoci allora - in cui si mescolano jazz, musica classica e rock progressivo farciti di un’abbondante dose di distopia e inquietudine. La copertina facilitò di gran lunga la vendita e la diffusione del disco, permise il raggiungimento della quinta posizione nella classifica inglese e la diciassettesima in quella italiana. Ancora oggi il volto terrorizzato dell’uomo schizoide del ventunesimo secolo è un’icona e ha influenzato moltissimi artisti successivi nella scrittura dei loro album. Il progressive rock è un genere proveniente dal rock psichedelico, dalla musica classica, dalla fusion. Nasce per dare vigore al rock «puro e semplice», aggiungendovi creatività artistica nelle melodie e nella complessità compositiva. Gli album prog sono spesso associati ai cosiddetti concept album, con un filo conduttore tematico o musicale attraverso le tracce del disco; spesso non c’è soluzione di continuità tra le tracce. In the court of the Crimson King non fa eccezione.

L’album si apre con 21 century schizoid man, la cui voce graffiante tratta in maniera apocalittica temi politici come la guerra in Vietnam e sociali come il consumismo: «Innocents raped with napalm fire», «Nothing he’s got he really needs». Infine, la frenetica parte strumentale, registrata in un solo take, incredibilmente buona la prima e il finale cacofonico rendono la complessità del lavoro svolto: non resta che proseguire nell’ascolto in ordine del resto dei brani.

L’atmosfera cambia con I talk to the wind, canzone in cui la voce di Lake diventa dolce: tutto troppo tranquillo, quasi inquietante. In mezzo al leggiadro accompagnamento di flauto jazz troviamo versi che parlano al vento, come metafora di Dio, che non può ascoltare o rispondere e strofe ribelli come «Can't instruct me or conduct me, just use up my time».

«I fear tomorrow I'll be crying» è la frase ridondante che ci risucchia nel vortice di disperazione e ansia di Epitaph: terzo brano dell’album, indubbiamente il più distopico tra tutti ma anche il più cupo per i ferrosi accordi di chitarra, la voce straziante e la dinamica altalenante che stordisce l’ascoltatore.

La fiabesca Moonchild è composta da due parti: The dream, due minuti e mezzo di liriche astratte e clima fiabesco e The Illusion, ben dieci minuti di improvvisazione libera, in cui i suoni sembrano prendere vita e addirittura giocare tra di loro.

The court of the Crimson King, con un immaginario magico e fantastico ci parla della corte del re Cremisi, la cui immagine all’interno del disco ci invita ad entrare. Il re Cremisi è Federico II di Svevia che non unisce oriente e occidente bensì prima il passato, poi il futuro. Verso la fine i suoni non smettono di accumularsi fino a cessare bruscamente.

Una volta concluse le registrazioni del disco, il gruppo si pone la fatidica domanda: «Cosa mettiamo in copertina?». La risposta la trovano grazie al programmatore informatico Barry Godber, che dopo aver ascoltato l’album si lascia andare ad un urlo di terrore davanti allo specchio. La sua visione riflessa è la stessa che troviamo sulla copertina dell’album: la medusa di Caravaggio e l'urlo di Munch del ventunesimo secolo.

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