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IL CASTORO | Incertezza sul futuro della cava a Monte Tondo

Romagna | 10 Giugno 2021 Blog Settesere
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Federico Selva - Jacopo Venturi

Correva l’anno 1958. Nella vena del gesso romagnola, tra i comuni di Riolo Terme e Casola Valsenio, nasceva il polo estrattivo di Monte Tondo. Da allora la cava, proprietà della multinazionale Saint Gobain dal 1990, sfrutta il grande affioramento gessoso del Parco, per la produzione di materiale edilizio e vetro. Nel corso di questi 63 anni, gli scavi hanno profondamente cambiato il paesaggio naturale che circonda la frazione di Borgo Rivola. Ciononostante le aree carsiche nelle evaporiti all’interno della vena del gesso sono state candidate a patrimonio Unesco nel 2015, grazie alla proposta della federazione speleologica regionale. I fenomeni geologici presentati alla commissione internazionale sono grotte, trafori e insenature, dove in passato sono stati rinvenuti anche fossili preistorici di altissimo interesse. Fra le grotte spicca per dimensioni quella del Re Tiberio che, in quanto adiacente alla cava, si trova minacciata dall’intensa estrazione di gesso.
 
IN DIFESA DEL TERRITORIO: MASSIMO ERCOLANI
L’affioramento del minerale a banchi lungo 25 chilometri, con strati d’argille sovrapposti 16 volte e la coesistenza degli habitat mediterraneo e boschivo rendono il Parco della vena del gesso una località naturalistica unica al mondo. Tuttavia, Massimo Ercolani, presidente della federazione speleologica regionale, afferma che la sopravvivenza della grotta del Re Tiberio, pur facendo parte dello stesso complesso geologico ed estendendosi per 5 chilometri in 5 piani differenti, è fortemente compromessa per via degli scavi. Oltre alla irreversibile riduzione del volume di Monte Tondo, alcuni meandri della grotta sono stati danneggiati dalle gallerie artificiali, create appositamente per la produzione industriale, tanto che vari suoi ingressi non sono più agibili e l’eliminazione di grotte e doline è stata inevitabile. Inoltre, le vibrazioni prodotte dalle esplosioni delle mine modificano la morfologia della formazione gessosa e «ciò che è peggio - precisa lo speleologo -  è che la sua lenta evoluzione geologica si è arrestata irrimediabilmente».
 
GLI INTERESSI
DELLA SAINT-GOBAIN

Dall’altra parte c’è una grande azienda, fondata in Francia nel 1665, al tempo del re Sole, il quale la volle all’opera nella sua Versailles, per realizzare la celebre galleria degli specchi. Qualche dato: presenza in 70 Paesi, 167 mila dipendenti e un fatturato complessivo di 38,1 miliardi di euro nel 2020.
Nel 2019 la Saint-Gobain scriveva una lettera ufficiale per comunicare alla Regione e ai Comuni di Casola Valsenio e Riolo Terme la volontà di proseguire l’estrazione di gesso per altri 5-6 anni. Secondo i ritmi produttivi di allora, questo lasso di tempo corrisponde a circa 680 mila metri cubi di materiale da prelevare, stando al comune accordo stabilito nel 2001 con i due Comuni interessati, Regione Emilia Romagna, Unione della Romagna faentina, Provincia di Ravenna, Parco regionale della vena del gesso, Arpa e Confindustria di Ravenna. L’autorizzazione concedeva alla multinazionale di estrarre 4 milioni di metri cubi di gesso e nel periodo 2000-2018 ne ha ricavati circa 3 milioni.
A fine 2020, la Regione ha commissionato uno studio sull’effettivo impatto ambientale che avrebbe avuto il proseguimento degli scavi a Monte Tondo. Nell’attesa dei risultati, la Saint-Gobain ha scelto il silenzio e lo ha imposto anche ai suoi addetti. Stando alla testimonianza di un lavoratore della cava, infatti, sul posto di lavoro vige un clima di tensione, perché a lui e ai suoi colleghi viene frequentemente intimato di non far trapelare le scarse informazioni ottenute dai superiori. «Tra noi dipendenti - ammette la fonte, che desidera rimanere anonima - è abbastanza diffusa una certa coscienza ambientale e probabilmente, a parità di condizioni e di formazione, molti sarebbero disposti a lavorare in zona in ambiti più sostenibili, come il turismo. Tuttavia resta forte la paura di perdere il lavoro in cava senza nessuna garanzia occupazionale».
 
L’AMMINISTRAZIONE:
I SINDACI DI RIOLO E CASOLA

Giorgio Sagrini, sindaco di Casola, o Speleopolis, come alcuni l’hanno ribattezzata, si dimostra piuttosto irremovibile nel difendere quel centinaio di posti di lavoro che gravita attorno alla cava. «Considero lo sviluppo turistico della vena del gesso -afferma- secondario rispetto a quello industriale». Il primo cittadino riolese Alfonso Nicolardi, d’altro canto, evita di schierarsi a favore del proseguimento o dello stop ai lavori estrattivi: una scelta dettata dall’attesa dell’esito dello studio commissionato dall’Emilia Romagna. Secondo lui, un eventuale reinserimento degli operai in ambito turistico avrebbe bisogno di grandi investimenti e non sarebbe realizzabile in tempi brevi. Laconico è poi sulla candidatura Unesco: «Non c’entra nulla con la cava, che costituisce lo 0,9% del Parco». Ed è infine Sagrini a sottolineare la necessità che un ipotetico ricollocamento lavorativo garantisca un reddito agli operai attualmente sotto contratto con la Saint-Gobain.
 
LA CANDIDATURA UNESCO: MARINA LO CONTE
Attualmente la proposta per la nomina a World heritage delle aree carsiche come la grotta del Re Tiberio e del sistema rio Basino-rio Stella, dovrebbe trovarsi a circa metà del suo corso, considerando la durata media delle candidature. Marina Lo Conte, presidente della Comunità del Parco della vena del gesso assicura: «Entro quest’anno, con tutta probabilità, riusciremo a presentare al Ministero della Transizione ecologica la prima bozza di un dossier completo. La documentazione necessaria, infatti, è in via di perfezionamento e nella migliore delle ipotesi verrà sottoposta alla commissione di Parigi entro il 2023».
 

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