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IL CASTORO | Il virus in cella, il parere di Luigi Manconi: «Scarcerare chi sconta una pena inferiore ai 18 mesi»

Romagna | 09 Giugno 2020 Blog Settesere

Carmine Perrone

La pandemia di covid-19 ci ha costretti in uno stato di reclusione forzata. Il lockdown ha alienato le persone dalla vita sociale, privandole di azioni quotidiane. In molti hanno paragonato questo avvenimento agli arresti domiciliari, cosa ben differente. Infatti il distanziamento fisico è stato decretato per tutelare la popolazione, mentre la misura cautelare di restrizione della libertà è presa nei confronti di chi deve scontare una determinata pena, per avere infranto le leggi.

Si dice che il grado di civiltà di un paese si possa misurare in base alle sue carceri. In tal caso l’Italia non sarebbe propriamente ai primi posti. Secondo l’ultima rilevazione del ministero della giustizia, datata 29 febbraio 2020, i detenuti sono 61.230, ma la capienza regolamentare delle carceri potrebbe ospitarne 50.931. A fronte di dati così drammatici, come ha reagito il sistema carcerario italiano alle nuove norme di sicurezza, che prevedono condizioni di convivenza impensabili in spazi così ristretti? A detta di Luigi Manconi, politico e sociologo italiano, impegnato da sempre nella tutela dei diritti umani e civili, fondatore dell’associazione A buon diritto ed ex presidente della Commissione dei diritti umani al Senato, la principale misura di prevenzione dal coronavirus, ovvero il distanziamento fisico, è irrealizzabile all’interno delle carceri. Questo non solo perché in gran parte delle celle italiane è impossibile garantire la distanza indicata dalle norme sanitarie tra un detenuto e l’altro, ma anche perché tutta l’organizzazione delle carceri è un’organizzazione che si fonda sulla prossimità, su rapporti molto stretti e diretti. Gli spazi dove i detenuti, i poliziotti penitenziari e il personale amministrativo si muovono sono ridotti e tutte le pratiche avvengono in ambiti ravvicinati. Inoltre vi è una scarsissima disponibilità dei presidi sanitari essenziali come mascherine e guanti.

Pensa Manconi che l’emergenza covid-19 possa aver intaccato l’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione e in particolare il diritto del detenuto all’istruzione?

«I fini della pena e la rieducazione del condannato sono stati sempre eseguiti in maniera parziale e maldestra. Nella situazione che stiamo vivendo la messa in pratica di alcuni diritti incontra numerose difficoltà, rendendo i principi irrinunciabili della Costituzione ammaccati, sgualciti e poco tutelati».

Lei ha dedicato un libro, intitolato «Abolire il carcere», alle misure alternative di detenzione. Il sistema carcerario italiano quali potrebbe adottare durante questa emergenza e in seguito?

«Ad oggi, andrebbe fatto ciò che tutte le persone competenti, senza eccezione alcuna, hanno raccomandato invano al ministro della giustizia. Ovvero, scarcerare immediatamente coloro che hanno da scontare una pena inferiore ai 18 mesi. Parliamo di detenuti che entro un anno e mezzo usciranno dal carcere, tanto vale liberarli adesso per facilitare la messa in pratica delle norme di sicurezza. I calcoli infatti ci dicono che solamente con questo provvedimento si potrebbero liberare 11.500 posti, cifra che corrisponde pressappoco al numero di detenuti eccedenti la regolare capienza delle carceri, il vero sovraffollamento.

Facendo ciò si avrebbe una riduzione del sovraffollamento, si ridurrebbero i rischi del contagio e si dimostrerebbe inoltre che il concetto di pena non deve essere ridotto a quell’idea miserabile che la reclusione sia soltanto una cella chiusa. Vi sono modi estremamente differenti di pagare il proprio debito con la società, senza per forza essere chiusi in una cella e diventare vittime di una condizione patogena, che radicalizza l’estraneità del detenuto, rendendolo aggressivo e limitando la sua possibilità di emancipazione».

 

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