IL CASTORO | Il preside del Torricelli su crocifisso, pluralismo e laicità

Romagna | 28 Dicembre 2019 Blog Settesere

Caterina Penazzi

L'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, in particolare nelle scuole, è una questione piuttosto dibattuta negli ultimi decenni. Il tema è tornato di attualità a inizio dell'ottobre scorso, in seguito alle dichiarazioni del ministro dell'istruzione Lorenzo Fioramonti: «Il crocifisso a scuola è una questione divisiva, che può attendere. Meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione».

C'è chi pensa, come riteneva la scrittrice e politica italiana Natalia Ginzburg, che sia il simbolo del dolore degli uomini, che conservi un'idea di solidarietà tra questi e li rappresenti tutti. Secondo Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, il crocifisso «non è un elemento di arredo, ma una testimonianza delle nostre radici». Il ministro degli affari esteri Luigi Di Maio sostiene invece che «i problemi siano altri».

Ma cosa ci dice la legge a proposito di questa annosa controversia? Oggi il crocifisso è previsto, per quella che era la scuola media durante il Ventennio, dall'articolo 118 del regio decreto del 30 aprile 1924, n. 965: «Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l'immagine del crocifisso e il ritratto del Re» e per la scuola elementare dal regio decreto del 26 aprile 1928, n. 1297. Le normative successive non modificano le disposizioni di queste leggi, dato che non fanno riferimento al crocifisso nei luoghi pubblici, come i Patti Lateranensi, oppure le considerano «tuttora legittimamente operanti, come avviene con il parere del Consiglio di Stato del 1988, secondo il quale «a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendente da specifica confessione religiosa».

La Corte Europea dei diritti dell'uomo, il 3 novembre 2009, stabilisce che il crocifisso nelle aule è «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione». In seguito decide di affidare il caso alla Grande Camera di Strasburgo che, il 18 marzo 2011, sostiene che il crocifisso non sia segno di indottrinamento e quindi non violi i diritti umani. In particolare i giuristi europei riuniti considerano che si tratti di un simbolo storico-culturale, di conseguenza dotato di una «valenza identitaria» per il popolo italiano, in quanto «rappresenta in qualche modo il percorso storico e culturale caratteristico del nostro Paese e in genere dell’Europa intera». Inoltre ritengono che il crocifisso debba essere considerato anche come un simbolo del sistema di valori che innervano la carta costituzionale italiana. Questa opinione dell'istituzione europea consente all'Italia di legiferare liberamente in merito alla questione.

A questo proposito abbiamo avuto l'opportunità di intervistare e ascoltare Luigi Neri, dirigente scolastico del liceo Torricelli-Ballardini di Faenza.

È importante secondo lei che il regolamento d'istituto contempli il crocifisso nelle aule?

«Secondo me no, il regolamento d'istituto non può prevedere al proprio interno ciò che è già richiesto da una norma, quale il regio decreto, avente valore di legge».

Vorrebbe modificare questa legge?

«Sì, secondo me non c'è motivo di esporre simboli religiosi o di altre credenze, penso che questi si attengano a principi come il bello, il giusto o il buono, ma i valori sono scelte da parte della coscienza personale e, se imposti, terminano di esserlo».

Come interpreta il significato identitario e il simbolo universale conferiti al crocifisso? 

«Non è vero che il crocifisso sia un simbolo universale in cui si possano riconoscere tutti, una persona potrebbe identificarsi in filosofi come Socrate, che sacrifica se stesso per rispettare le leggi, o Kant, oppure in musicisti come Beethoven. Invece, quando si parla di significato identitario, ciò che caratterizza ʻnoiʼ in contrapposizione a ʻloroʼ, è quanto di più anticristiano ci possa essere».

Che opinione ha sulla sentenza della Grande Camera di Strasburgo, che ha dato l'ultimo parere in merito alla questione?

«Il crocifisso non è l'unico simbolo identitario, ne esistono molti altri, che non coincidono con la religione cattolica. L'Europa ha un'identità pluralistica».

Cosa risponderebbe a chi sostiene che ci debba essere nelle aule il crocifisso?

«Direi di esporlo in casa propria, perché esiste la libertà di rifiutare questo simbolo, come di fare lo stesso per tutti gli altri; siccome la legge è legge, è importante che ogni classe abbia un crocifisso, non possono essere scelte degli alunni o di un corpo docenti».

È d'accordo con il Ministro degli Affari Esteri Di Maio che dice che i problemi sono altri?

«No, assolutamente. È un argomento importante su cui dibattere e credo che certe affermazioni siano pronunciate per rimanere neutrali e non prendere posizione, infatti da parte delle forze politiche c'è il timore di perdere dei voti da parte dei cattolici».

Da quanto tempo ha maturato questa sua convinzione?

«Dagli anni in cui frequentavo il liceo. Ribadisco che sono per la laicità dello stato e della scuola, ma non è attuata. Sono anche contrario all'insegnamento della religione cattolica nella scuola o di qualsiasi altra religione».

Quale altra disciplina si potrebbe sostituire alla religione cattolica?

«Si potrebbe attuare un dibattito sull'etica, ascoltando l'opinione di tutti ed eventualmente ogni partecipante potrebbe convincere gli altri della propria. Ritengo che i cattolici  debbano esporre i propri valori non attraverso dei regi decreti, bensì con l'esempio, la discussione e la convinzione degli altri individui, mostrando i propri punti di vista».

La Gelmini dice che è «testimonianza delle nostre radici». È vero secondo lei?

«Le nostre radici non sono solo quelle cristiane, ad esempio ci sono valori come la libertà, l'uguaglianza, la fratellanza, promosse dalla rivoluzione francese. Potremmo esporre il cappello frigio, ma non lo facciamo, perché sarebbe fondamentale che non ci fossero simboli di alcun credo nelle scuole».

Come interpreta le parole di Fioramonti, cioè che sia meglio appendere la Costituzione e che comunque l'argomento sia divisivo?

La Costituzione vincola tutti, non dice quali debbano essere le nostre scelte valoriali, ma ci informa sui nostri doveri. Probabilmente sulla questione divisiva, mi troverei d'accordo con il ministro, però egli non se la sente di innescare una polemica. Per una forza politica combattere una battaglia per la laicità della scuola significherebbe perdere qualche centinaio di migliaio di voti dal versante cattolico. Nella cultura italiana non ci sono solo valori cristiani. Molti letterati non si riconoscono in queste credenze come Leopardi, D'Annunzio, Verga, Montale; costoro sono forse estranei alle nostre radici? Può quindi essere considerato vero o non vero che ci siano nella tradizione radici cristiane. Queste, di uno stato che impone valori, mi sembrano piuttosto radici fasciste».

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