IL CASTORO | Il latino alle medie: semaforo verde?

Romagna | 09 Giugno 2022 Blog Settesere
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Simona Farneti
Dopo le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, a essere tornata in discussione è la possibilità di reintrodurre lo studio, soppresso nel 1977, della lingua latina nella scuola secondaria di primo grado. Opportunità in realtà già garantita da tempo per via dell’autonomia scolastica, che il Miur riconosce dal 2000 e che concede al singolo istituto la facoltà di approvare autonomamente l’inserimento di ore di latino dietro delibera del Collegio dei Docenti. Gli interrogativi sono molti e per verificare la validità di questa possibilità abbiamo chiesto un parere a due noti ex docenti del liceo Torricelli-Ballardini, Stefano Drei e Silvia Ricci. Dedicare tempo al potenziamento della lingua latina è davvero opportuno? Prima di rispondere alla domanda è necessario fare un passo indietro.  
«Fino al 1963 - ci ricorda Drei -, alla scuola media il latino era la materia più importante, nonché la più temuta». Allo studio di quest’ultima, infatti, venivano dedicate 5 ore. «Il latino aveva la funzione di selezionare gli alunni più adatti a proseguire gli studi - continua Drei - e si poneva l’accento su un’impalcatura di regole grammaticali e soprattutto sintattiche che raramente trovavano applicazione pratica, mentre per il lessico si ricorreva sistematicamente al vocabolario».
Ma Bianchi sostiene davvero un ritorno a queste pratiche? Non esattamente. Il ministro chiarisce che il regolamento sull’autonomia è vincolato dal fatto che gli insegnamenti che possono essere approvati devono rientrare nel limite massimo del 20% dell’orario delle lezioni. È importante, poi, tenere presente che la reintroduzione dello studio della lingua latina necessiterebbe di un intervento normativo di tipo regolamentare, che rimoduli l’intero piano di studi e i relativi quadri orari.
È quindi opportuno compiere una scelta di questo tipo? Il professor Drei sembra essere favorevole. «Credo che nell’insegnamento del latino si possa trovare una leva di interesse soprattutto studiando il lessico e le etimologie, in stretta relazione con l’italiano e con le lingue straniere: mostrare quanto latino c’è ancora intorno a noi, nelle cose che ci circondano e nelle parole che usiamo. Sono aspetti che possono incuriosire molto i ragazzi e che forse si potrebbero introdurre anche nelle medie inferiori».
Alcune delle dichiarazioni di Drei, ovvero quelle relative al forte legame con l’italiano, incontrano il parere favorevole della professoressa Ricci, che approfondisce però un’altra sfaccettatura. A destare preoccupazione è, infatti, il pensiero che lo studio della lingua latina non possa essere conciliato con quello della grammatica italiana, a cui si è soliti dare la precedenza per via del programma ministeriale, che comprende, tra l’altro, l’approfondimento della complessa e articolata analisi del periodo. «Io penso che le due cose non siano antitetiche - chiarisce Ricci - la grammatica italiana può essere approfondita e capita meglio se, in contemporanea, si studiano i primi elementi della lingua latina».
Dopo un’eventuale approvazione del collegio docenti, come si potrebbe dunque procedere? Silvia Ricci illustra un prototipo di approccio: «Oggi la didattica del latino è molto evoluta: lo si può imparare con tecniche simili a quelle che si usano per apprendere una lingua parlata. Se una classe si dimostra interessata e il docente di italiano se la sente, si può iniziare con l’insegnamento dei primi elementi della lingua, magari in seconda e terza classe, evitando un approccio coercitivo». La scelta spetta quindi al singolo istituto, «un progetto pilota può aprire la strada a più classi» conclude la professoressa.

 
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