IL CASTORO | Esperti dell’architettura e del design a confronto sulla progressiva perdita del colore

Romagna | 05 Gennaio 2023 Blog Settesere
Emma Rustichelli
Lentamente, gli edifici delle città italiane ed europee si fanno più austeri. I colori brillanti, reminiscenza dei primi anni Duemila, vengono ingrigiti da una nuova palette desaturata, che inizia a farsi predominante nell’abbigliamento, nell’oggettistica e nell’industria automobilistica.
Un team del Science Museum Group Digital Lab ha realizzato una mappatura dei colori usati ogni anno per 200 anni, analizzando oltre 21 categorie di oggetti per un totale di 7083 campioni. I risultati mostrano che nel 1800 gli oggetti dai toni spenti ricoprivano circa il 15% del mercato, mentre ora questa percentuale è salita al 60%. I ricercatori pensano che ciò sia dovuto alla scelta dei grandi brand e catene di risultare più anonimi, cambiando il proprio logo, costruendo sedi e prodotti monocromatici, per ampliare il proprio target e attrarre una quantità maggiore di clienti. Una docente esperta di design, che chiede di rimanere anonima per non influenzare i lavori dei suoi studenti, legge in maniera diversa il fenomeno: «Io reputo orrenda questa tendenza al grigio, questa continua ricerca dell’eleganza, che contrariamente a quel che sostengono i ricercatori, si protrae già da molto tempo: questi ambienti anonimi e rigidi in cui siamo inscatolati, derivano in tutto e per tutto dal clima instabile che negli ultimi anni abbiamo vissuto come società. Le grandi aziende - continua - scelgono queste colorazioni non tanto per ampliare la propria clientela, quanto per distaccarsi dallo stile tradizionale, per assumere un profilo distinto, ma in realtà il risultato si manifesta unicamente come un’inesorabile perdita di personalità».
Appoggia questa tesi l’artista faentina Luce Raggi. È sua la galleria d’arte di Faenza «Another Fucking Gallery», attigua al bar Frankie di viale Baccarini, che ha recentemente catturato l’attenzione dei faentini proprio per i suoi colori che non passano inosservati. «I colori rispecchiano la società - afferma Raggi - e questi sono tempi grigi, scandinavi, tempi da Ikea».
Un ulteriore punto di vista è quello di Gabriele Lelli, professore all’università di Ferrara e architetto esperto di progettazione urbana: «Questa decolorazione – sostiene - non è propria unicamente dei grandi marchi, ma riguarda molti aspetti cittadini, alcuni negativi, altri molto positivi: la qualità estetica di una città non dipende dal tasso di variazioni cromatiche, però ne può trarre giovamento. Ci sono interi paesi e città monocromatiche, e addirittura monomateriche, di grande valore, proprio per questa caratteristica: pensiamo ai borghi in mattoni o alle città del Sud con l’intonaco bianco. Il colore può essere un valido ausilio solo quando la qualità dell’architettura di base è di per sé pessima e ha bisogno di essere migliorata: ad esempio nella periferia della città di Tirana, in Albania, grazie al sindaco Edi Rama le architetture anonime del regime sono state ridipinte e ora risulta una città piacevole».
A difesa del colore, l’esperta di design torna a sottolineare come le opere dalle tinte accese vengano duramente giudicate anche nel panorama artistico. «L’arte più è pop e meno viene presa sul serio da critici e spettatori, che tendono a etichettarla come mera decorazione, qualcosa di infantile, a tratti, o superficiale, utile solo per riempire gli spazi. Prendo come esempio Jeff Koons, che è stato fortemente criticato per le sue opere pop. Al giorno d’oggi pare infatti che tentare di infondere gioia tramite i propri lavori sia uno sforzo insensato e si tende a considerare degno di nota solo ciò che infonde tristezza».
Su un punto concordano tutti gli intervistati: «L’aspetto cromatico nelle città è fondamentale ed è un elemento identitario del paesaggio urbano» secondo Lelli.
«Il colore - aggiunge la docente di design che ha scelto di restare anonima - gioca un ruolo davvero importante nelle nostre vite, influenzando l’ambiente in cui viviamo. È una responsabilità, una presa di posizione, uno strumento per sfuggire all’agglomerato di persone che vestono tinte spente solo perché è più comodo, per uniformarsi».
Luce Raggi infine chiosa questa tendenza con una considerazione e un invito: «Uniformarsi porta all’anonimato, sia in casi di esuberanza caratteriale che di timidezza. Siamo un paese con una grande storia e cultura del colore nelle arti, torniamo a dettare noi le mode piuttosto che a seguirle!».
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