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IL CASTORO | A colloquio con il «funambolico» Andrea Salvatori: «L’arte ci serve per stare bene»

Romagna | 01 Aprile 2021 Blog Settesere
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Lucia Fischetti

A un anno di pandemia, l’arte è ancora sospesa nelle gallerie e nelle mostre. Questo non accade però all’interno dei laboratori dei maestri, che continuano a produrre con molta passione e determinazione. È il caso di Andrea Salvatori, un ceramista di Solarolo che ama il suo lavoro. Lo abbiamo incontrato nel grande laboratorio, che è anche la sua casa, un luogo in cui ogni oggetto, accumulato nel tempo, è arte in potenza.

Se tornassi indietro sceglieresti sempre la ceramica?

«Sono nato nella città della ceramica, anche se abito a Solarolo. Non l’amavo, infatti frequentai l’istituto artistico a Faenza solo perché era una scuola d’arte. Mi occorreva un materiale per fare scultura, ciò che mi interessava davvero. Ho sempre pensato che se fossi nato per esempio a Venezia, avrei usato il vetro. Ora comincio ad amare la ceramica un po’ di più, perché ha iniziato ad appassionarmi la sua storia: non la amo da essere un tecnico o un chimico, mi farebbe fumare la testa!».

Ha influito lo studio all’ex scuola d’arte Ballardini sulla tua carriera?

«Tecnicamente certo, mi è servito fin da subito per sapere cosa avevo tra le mani. Non mi era ben chiaro quale privilegiare tra le varie discipline e ho seguito qualche consiglio di professori, che avevano visto in me una buona mano. Mentre frequentavo l’accademia, ho lavorato in una bottega come assistente di due artisti più grandi di me, Bertozzi e Casoni. Loro, dagli anni Ottanta, hanno sempre utilizzato la ceramica. Facevano dell’iperrealismo, perciò ho imparato tanto, perché dovevo copiare l’esistente. Lì ho avuto modo di cimentarmi con gli stampi, indispensabili per uno scultore e non solo per un ceramista».

Come si arriva alla realizzazione di un pezzo?

«Mi faccio influenzare da ciò che mi circonda e da cose che vedo nei musei o nei mercatini. Sono infatti principalmente una persona che ruba l’oggetto, di frequente ricorro al ready made e lo faccio mio, traducendolo in ceramica. Il prodotto spesso rimane così com’è, a volte invece lo taglio o lo assemblo ad altre cose, raggiungendo un effetto surreale o dadaista».

I colori hanno un valore per te?

«Sono uno scultore e mi interessa di più la forma. La maggior parte delle volte non sento la necessità di aggiungere il colore. Spesso ne metto un po’ solo per dettaglio e per creare piani diversi. Non vado alla ricerca del capolavoro, la mia arte è sperimentazione e ricerca».

Cosa leggi e cosa guardi per trarre ispirazione?

«Guardo, leggo e ascolto tutto. Attiro cose affini a me e mi contorno di quello che mi fa stare bene. La musica principalmente mi fa da colonna sonora quotidiana e crea il mio mondo. Per quanto riguarda i libri e le immagini divoro di tutto: i musei, i mercatini, ma anche una passeggiata sono utili. Vent’anni fa è nata la mia curiosità per le sedie e, a forza di guardarle, ho capito che volevo costruirne una mia. La prima che feci era interamente modellata da me, la seconda era l’apice della sedia di design, quella di Rietveld, mentre la terza era una sedia molto più comune, quella di plastica da bambino, che ho trasformato in scultura».

Il tuo laboratorio rispecchia la tua personalità?

«Chiaro, mi circondo di cose che mi interessano e che mi servono per il mio lavoro. Dormo nel mio laboratorio e quindi è la mia casa. Vivo nel piccolo paesello di Solarolo e quindi mi occorre una continua ricerca di stimoli. Se fossi in una grande città basterebbe uscire per vedere mostre e gallerie. Non potendo farlo, ho l’ossessione di portarmi a casa libri, musica e cose che mi fanno pensare e ragionare».

Come hai trascorso questi mesi senza potere esibire la tua arte?

«Benissimo! Potrei vivere così vent’anni: senza scocciature e nel mio mondo, perché qui ho tutto e so che ho moltissimo lavoro. Avevo sei mostre in Liguria che sono state chiuse al pubblico. Il modo di esporre cambierà d’ora in poi, internet ha preso sempre più piede».

Quali progetti hai ora?

«Mi dedico a qualche opera che mi hanno commissionato e cerco di recuperare lavori rimasti indietro. Ora ho una mostra a Londra, che è ripartita e confido molto nell’Inghilterra. Ho poi il progetto di finire la mia casa qui, nel mio laboratorio, e godermela».

Cosa volevi fare da piccolo?

«L’archeologo e per un breve periodo il subacqueo, ma alla fine ha vinto l’arte».

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