Gian Piero Cicognani festeggia 50 anni di ballo romagnolo sabato 27 a Faenza

Romagna | 27 Luglio 2019 Cultura
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Federico Savini
«Vengo da una famiglia di musicisti. A casa tutti suonavano uno strumento, solo che a me dicevano che ero stonato, che la musica dovevo lasciarla perdere. Fortuna che m’è venuto in mente di ballare!». Gian Piero Cicognani non ha perso la voglia di scherzare, e dopo 50 anni (in realtà di più) di balere romagnole, gli piace ancora volteggiare nei ricordi, stemperando la seriosità che si deve a un Maestro con la M maiuscola (nel ballo è peccato mortale non metterla!) e al tempo stesso rivendicando con il giusto orgoglio il ruolo di storico timoniere del ballo romagnolo dalla vecchia scuola, un po’ improvvisata, che data dalla fine del XIX secolo fino al Dopoguerra inoltrato, e quella modernità che nel ballo folklorico romagnolo è rappresentata proprio dalle compagnie professionistiche. Di questo mondo Cicognani Danze è un punto di riferimento storico e acclarato, tanto che la compagnia si esibirà sabato 27 alle 20.30 in piazza della Molinella, a Faenza, per celebrare i suoi 50 anni, cogliendo l’occasione per ripercorrere una lunga storia che si intreccia a quella del folklore romagnolo tutto. «Insistendo riuscii a farmi dare qualche lezione di ballo da mio zio - ricorda Cicognani - e, dato che conoscevo molti ballerini della vecchia guardia, presi sul serio i loro insegnamenti, cercando di “formalizzare” un ballo con delle regole precise».
Cosa c’era, quindi, «prima» della compagnia Cicognani Danze?
«Mancavano proprio le compagnie di ballo folk, però si ballava eccome. E si gareggiava, ad esempio in circoli come il Cacciaguerra di Russi, che nel mondo del ballo stava proprio nel “Triangolo del Folklore”, tra Forlì, Faenza e Ravenna. Figure ormai remote come Giulio Merendi, Teo “Taiuol” Morini e Domenica “Pradena” Tampieri, che fu un grande innovatore, posero le basi per il nostro ballo. Noi le formalizzammo, introducendo anche tante novità. Tra l’altro fino a un certo momento, in Romagna, si ballava tra soli uomini, anche sul tavolo!».
Lei quando cominciò?
«Nel ’63 e lo zio mi fece partire dalla polka, un ballo più difficile di valzer e mazurka. Con mia moglie, Anna Savini, diventammo una coppia di ballerini affiatati, tanto da vincere un titolo regionale, e nel ’69 radunammo un po’ di ragazzi per dar vita a una scuola e a una compagnia. Dopo i successi personali ci interessava tramandare una bella tradizione».
Si capì subito che la cosa funzionava?
«Beh, di ragazzi che venivano da fuori, fin da Ravenna, ce n’erano fin dall’inizio. In fondo le sfide di ballo erano eventi partecipati già nel Dopoguerra e ai romagnoli ballare è sempre piaciuto. Noi volevamo divulgare uno stile più definito, con regole chiare, con nuovi passi variati, arrivando a inserire anche la frusta negli spettacoli. Diciamo che è stato un processo lungo una ventina d’anni e abbiamo pure lavorato a stretto contatto con il Coni, formalizzando la danza sportiva e insegnando i balli romagnoli da Rovigo a Potenza».
Diceva degli sciucarèn, un altro elemento che avete valorizzato tra i primi…
«Per quel che ne sappiamo, l’avvio di questo stile risale al Carnevale del 1928, con i fratelli Borghi di Pieve Cesato che si misero a schioccare a ritmo di musica sbalordendo il pubblico. Nella nostra famiglia Elio Cicognani è stato un vero maestro della frusta, aveva perfezionato un metodo che insegnò alle generazioni successive. Noi la inserimmo in uno spettacolo danzante nel 1978».
Quale pensa che sia stato il contributo del ballo nel boom del liscio degli anni ’70?
«Non sta a me dirlo ma quella di Casadei è sempre stata musica da ballo, quindi sicuramente molto! Ci siamo legati a diverse orchestre, dapprima Borghesi ma poi anche le altre, anche perché il linguaggio di Casadei conobbe sviluppi alternativi, come quelli di Rossi, Baiardi, Castellina. Noi lavorammo per rendere più elegante il ballo romagnolo, anche perché era tutto da formalizzare, per esempio anche come “non” si doveva toccare una donna! (ride, nda). Nei costumi, abbiamo dovuto tagliare le gonne soprattutto perché, lunghe com’erano in passato, intralciavano le ballerine, che rischiavano di farsi male. Ad ogni modo negli anni ’70 girammo davvero l’Italia, esibendoci al Festival dell’Unità di Milano e in grandi locali alla moda».
C’è chi dice che le scuole di ballo abbiano però dato un colpo mortale al ballo «spontaneo», inibendo tanti ballerini meno preparati.
«Secondo me rendere più elegante e spettacolare una danza la aiuta a imporsi e a invogliare gli scettici. Definendo una metrica precisa e dei dettagli tecnici, siamo riusciti a costruire numeri da ballo che hanno un’evoluzione molto studiata, fatta per esempio in modo che lo spettacolo sia un crescendo, con l’entusiasmo che culmina alla fine. Oggi naturalmente ai giovani insegniamo anche i balli della contemporaneità, ma il folklore non manca mai, e parliamo di un patrimonio che, diversamente, avremmo rischiato di perdere».
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