Faenza, la storia di Valentina Medri, la ricercatrice a "km zero" che lavora sui Geopolimeri

Fabrizia Montanari - Faentina, 44 anni, laurea e dottorato in scienze chimiche, Valentina Medri è dal 2011 ricercatore a tempo indeterminato presso l’Istec-Cnr (Istituto Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici), dove lavora prevalentemente su ceramiche legate per via chimica i «Geopolimeri». Sposata con un ricercatore, due figli in età scolare, Valentina ha una passione per i colori, l’arredamento e… «L’ispettore Barnaby».
Valentina, cosa sono i Geopolimeri e in cosa consiste il suo lavoro?
«Sono materiali di una versatilità incredibile con applicazioni pratiche in molti settori, edilizia, trasporti, chimica di processo, chimica verde, ecc. Nel 2008 quando ho iniziato ero da sola, ma oggi siamo cinque ricercatori con un corollario di studenti e stagisti e varie collaborazioni internazionali; e insieme pubblichiamo articoli e organizziamo eventi e seminari, insomma, siamo conosciuti».
Sembra entusiasmante, ma è un mondo, quello della ricerca, non poco problematico…
«Certo, i fondi istituzionali sono insufficienti per mandare avanti la ricerca pubblica, bisogna continuamente trovarne per dare uno stipendio ai giovani e meno giovani ricercatori, precari ma fondamentali, tuttavia nell’ambito dei materiali tutti i ricercatori che conosco lavorano con molta soddisfazione perché Faenza è un polo d’eccellenza in questo campo».
In Italia siamo più abituati a ricercatori che scelgono l’estero, molto meno ai «chilometro zero». E’ così?
«Scienze e ingegneria offrono comunque opportunità per ricerca di base e applicata anche in Italia, certo l’estero è un bacino più ampio, ma ricordo ancora vent’anni fa, lavorando in un importante stato europeo che, mentre in Italia c’era già la legge 626 del 1994 per la sicurezza sul lavoro, là mi stipularono un’assicurazione sulla vita e vi posso dire che a 25 anni fa impressione firmare una polizza dove il beneficiario è il proprio padre! Ricordo anche che chiesi un paio di guanti per lavorare in laboratorio e mi domandarono se me ne bastava uno! (insomma, anche all’estero non è tutto oro quel che luccica… ndr)».
A cosa ha dovuto rinunciare per intraprendere questa carriera?
«Non posso parlare né di vere rinunce, né di compromessi, ma di scelte naturali. La prima volta sono diventata mamma durante il dottorato, com’è di moda all’estero. Mio marito ed io abbiamo desiderato per i nostri figli un’infanzia molto simile alla nostra, circondati da nonni e zii. Le nostre attitudini ci hanno permesso il km zero; io poi non vivo la ricerca come competizione, ma come modo per dare sfogo alla mia curiosità e ragionare (o “strolgare” come si dice da queste parti). Sono convinta che, incidenti della vita a parte, il successo personale si misuri in felicità».
Quale sarà il suo futuro professionale?
«Improntare la ricerca del mio team sul sostenibile ovvero, parafrasando un luminare giapponese, “minimizzare l’entropia dei rifiuti” e divulgare la scienza, organizzando convegni scientifici ed eventi aperti a tutti, come la mostra di ottobre a Palazzo Esposizioni dal titolo “Materializzando-dalla ricerca alla realtà”, organizzata dal Comune di Faenza e dalla Palestra della Scienza in collaborazione con vari enti tra cui l’Istec Cnr che farà conoscere a studenti e cittadini le realtà produttive di eccellenza presenti nel nostro comprensorio legate ai materiali avanzati e alle tecnologie innovative».