Faenza, il «Centesimino» di Oriolo si dimostra essere testimone vivo del tempo

Romagna | 05 Dicembre 2025 Le vie del gusto
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Riccardo Isola - Un erede silenzioso di una storia che affonda le radici tra corti nobiliari e poderi contadini. Parliamo del Centesimino, vitigno che racconta la Romagna partendo dalle radici, dalla sua storia e dalla sua increbile capacità di stupire. Basta salire sulle colline di Oriolo dei Fichi per sentire ancora il respiro di una terra che, tra gli anni Trenta e Sessanta, custodì quasi di nascosto questo grappolo nero e semi-aromatico, chiamandolo Savignôn Rosso quando ancora il suo nome ufficiale non era scritto da nessuna parte. Un’uva sopravvissuta alla fillossera per un gioco del destino, protetta dai muri di un giardino faentino, e poi tornata a espandersi grazie all’intuizione di un uomo, Pietro Pianori, detto Centesimino. Da lui ereditò il nome, da quella vite antica la tenacia. Oggi il Centesimino non è più un caso locale, ma una presenza concreta e riconosciuta del Registro nazionale dal 2004. Una varietà che la ricerca ha definito unica, autonoma, figlia solo di se stessa e della sua terra. Un vitigno che nessuna relazione diretta lega ai grandi nomi della penisola e del Mediterraneo. Ha un carattere a sé, come spesso accade da queste parti, dove l’identità non è mai una bandiera ma una consuetudine. Dove l’intuizione si fa territorio, segno concreto di autenticità, in questo caso fattasi sorso. Il suo vino conserva una freschezza sorprendente, un’acidità naturale che perdura anche nelle stagioni calde e che lo rende capace di attraversare gli anni senza perdere una goccia di vitalità. Nel calice è rubino profondo, quasi violaceo in gioventù, poi più morbido e granato quando il tempo decide di raccontare la sua parte. Il suo respiro è un piccolo teatro aromatico. dalla rosa e viola si passa a timbriche più uniche e caratteristiche come l’anice e liquirizia, il lampone ma anche un sottobosco fatto di fragola, mora, cassis. In bocca, invece, è secco ma affabile, con un tannino che tiene il passo senza mai alzare la voce, morbido al punto giusto, ricco di sfumature di confettura e di prugna, a tratti e a seconda dell’interpretazione anche cotta, una speziatura lieve e una pulizia finale che invita al sorso successivo. È questo mix di indole e autenticità che negli ultimi anni ha riacceso l’interesse attorno al Savignone, come ancora qualcuno lo chiama ancora, forse. Un simposio recente lo ha celebrato nella sua doppia vita. Quella di presentarsi piacevole da giovane, croccante e vibrante, ma che abbraccia la straordinarietà quando il tempo gli concede profondità e respiro. Durante un recente incontro organizzato da alcuni produttori di Oriolo, enologi, giornalisti, produttori di Graspo e aziende come Poderi Morini e Cantina San Biagio Vecchio, hanno messo in fila assaggi e riflessioni, confronti storici e prospettive commerciali. Ma c’è stato un momento, più degli altri, che ha dato la misura della grandezza di questo vino romagnolo. Carlo Mingazzini, nipote proprio di «Centesimino», il padre di questo vino, ha portato con sé una bottiglia datata 1968, conservata con tappo meccanico. Una reliquia, direbbe qualcuno. Un azzardo, penserebbe qualcun altro. Scommessa? E invece no. Quella bottiglia, una volta aperta, ha mostrato ancora una vitalità sorprendente, un sorso vivo, integro, quasi insolente nella sua giovinezza ritrovata. È la prova che questo vitigno non è solo un frammento di memoria agricola, ma un patrimonio che può parlare al mondo con voce propria. Una voce romagnola, certo, ma capace di superare confini e categorie. E mentre i produttori lavorano per consolidarne il nome, l’immagine e il futuro, magari seguendo l’intuizione di Veronelli che spingeva verso la denominazione Savignone, resta una certezza. Quella cioè che il Centesimino è uno dei racconti più autentici che la Romagna del vino possa offrire. Un racconto vero, onesto, vivo. Come quell’incredibile 1968 stappato davanti a tutti. per chi volesse entrare in dialogo con questo straordinario testimonial delle sabbie e argillefaentine, può, oltre ovviamente a fare scorta in cantina di bottiglie, anche acquistare un piccolo libretto che ne ricorda storia, produzione, caratteristiche. Sitratta di «Centesimino di Oriolo. Un raro vitigno romagnolo, il suo territorio e i suoi vignaioli» realizzato qualche anno fa dal degustatore  Francesco Falcone.
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