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Faenza, dalla Neuropsichiatria al Consultorio: «Adolescenti in forte crisi»

Romagna | 06 Aprile 2021 Cronaca
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Silvia Manzani

«L’adolescenza è già, di per sé, un periodo problematico. La pandemia non ha fatto altro che condizionarla ancora di più. E i fattori da considerare sono moltissimi». Cristiana Bacchilega è la coordinatrice del Centro per le famiglie dell’Unione della Romagna Faentina, nonché referente del tavolo adolescenza dei servizi sociali: «Il ridimensionamento delle relazioni, anche quelle dei grandi, e la condivisione forzata degli spazi hanno un impatto forte sulla crescita dei ragazzi e delle ragazze. Non dimentichiamo, poi, che molti figli fanno i conti con la perdita del lavoro da parte dei genitori, con il lutto nel caso abbiano perso un familiare per Covid, con l’aumento della conflittualità in famiglia. Un quadro al quale andrebbero aggiunte anche le difficoltà che vivono i genitori con figli con disabilità, la cui socializzazione è compromessa». Tutto questo ha portato a un aumento forte della richiesta di aiuto al Centro, che fa il paio con il lento esplodere di un altro fenomeno, quella della dispersione scolastica: «Un fenomeno non nuovo, che era latente anche prima del Covid, ma che ora vediamo con più evidenza, così come succede con quello del ritiro sociale. Siamo preoccupati, un’indagine svolta con le scuole superiori ci ha fatto progettare una serie di interventi educativi personalizzati ai quali si aggiungeranno azioni di orientamento, per consentire a chi “ha sbagliato scuola” di trovare la propria strada». Compito del Centro, secondo Bacchilega, in un momento difficile come questo resta quello di dare ai ragazzi la possibilità di continuare a sognare, a credere, a sperare, preservandoli dalla negatività: «Dopo un anno, dobbiamo iniziare a dare loro voce, per trovare insieme risposte e soluzioni». L’8 aprile alle 20,30, intanto, è in programma, online, il secondo incontro dello speciale adolescenza, dedicato all’uso di sostanze.

«VITE IN STAND-BY»
L’aumento del disagio, specie nella fascia di età 14-20 anni, è evidente anche per Annunziata Cupelli del Consultorio giovani di Faenza: «Nel concreto del lavoro clinico, poi, i dispositivi di protezione e il distanziamento che manteniamo durante i colloqui con gli adolescenti hanno sicuramente impattato nella relazione clinica, limitando la possibilità di leggere la mimica, l’espressione del viso e il linguaggio del corpo, fondamentali nella relazione con i pazienti». Stando all’osservatorio del Consultorio, si è verificata una crescita di sintomi ansiosi, depressivi, comportamenti di chiusura e isolamento, o manifestazioni di rabbia, legati alla pandemia: «Il più delle volte non è la paura della malattia a determinare il disagio, anche se si osserva anche quella. Le restrizioni legate al Covid hanno messo in “stand-by” la vita degli adolescenti, limitando fortemente la loro possibilità di vivere spazi esterni alla famiglia, relazioni amicali e amorose, e di fare esperienze che consentano loro di crescere e costruire la propria identità. Allo stesso tempo, tutte le tensioni si concentrano nello spazio della casa e nelle relazioni familiari, con uno spostamento del baricentro che riporta indietro le lancette del tempo ad una condizione più infantile. Questo alimenta ansie e preoccupazioni nei genitori, oppure conflitti tra genitori e figli». La maggior parte dei ragazzi incontrati riporta anche un disagio legato alla didattica a distanza e all’impossibilità di incontrare compagni e insegnanti: «La scuola si conferma un luogo di socializzazione importantissimo. Inoltre, una quotidianità senza più i ritmi scanditi anche dagli impegni extra scolastici, in alcuni casi sta portando negli adolescenti una diversa percezione del tempo, talvolta difficoltà di concentrazione e perdita di motivazione, oppure tristezza e senso di impotenza. Se durante la prima ondata il disagio era prevalente nei ragazzi fragili, disagio che il lockdown aveva semplicemente accentuato, negli ultimi tempi il malessere si allarga anche ad adolescenti che non mostravano sofferenze pregresse». Solo tra qualche anno, secondo Cupelli, sarà possibile avere una idea più chiara di ciò che è successo. 

«POCHI STRUMENTI EMOTIVI»
Quadro simile quello di Alessia Zaccarini, psicologa del Centro di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza di Faenza, che spiega come la ricognizione fatta all’interno dell’Ausl Romagna a seguito del lockdow dello scorso anno avesse evidenziato, nella fascia di età della preadolescenza e adolescenza, l’assenza di un aumento significativo di rischieste rispetto al pregresso: «A oggi, invece, le richieste sono in aumento soprattutto nel target di età dei preadolescenti. Le problematiche segnalate dai genitori che richiedono la visita riguardano reazioni d’ansia, tendenza al ritiro e alla chiusura sociale o comunicativa, nonché problematiche nella sfera dell’alimentazione. Per quel che riguarda i giovani assistiti già in carico e portatori di fragilità, si può dire che hanno risentito della situazione, tuttavia la presa in carico da parte del servizio e il mantenimento del lavoro di rete hanno permesso di contenere l’impatto dei fattori stressanti conseguenti alla pandemia». Quanto ai «nuovi» ragazzi, dopo una prima visita neurospichiatrica si attiva una valutazione psicologica a seguito della quale viene definita la presa in carico: «Talvolta la consultazione può essere sufficiente, altre volte è necessario attuare un intervento specifico». Allargando lo sguardo, Zaccarini e i colleghi stanno osservando che i ragazzi e le ragazze che accedono al servizio hanno maggiori difficoltà a prendere contatto con il mondo delle emozioni: «La condizione di isolamento e la trasformazione delle abitudini di vita hanno creato uno spazio vuoto dalle iperstimolazioni e, di conseguenza, una maggiore disponibilità a stare in contatto con se stessi, ma con minori strumenti emotivi».
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