Dal rapimento di Silvia Romano all'esperienze romagnole di volontariato in Africa

Romagna | 30 Novembre 2018 Cronaca
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Barbara Gnisci e Silvia Manzani - Ha destato molta attenzione il rapimento della 23enne Silvia Romano, volontaria impegnata in Kenya. Per questo siamo andati a vedere chi nel nostro territorio romagnolo, fra Ravenna, Faenza e la Bassa Romagna, sta svolgendo attività simili di volontariato. Sono una quindicina, in provincia di Ravenna, le associazioni – laiche o religiose - che sono impegnate in progetti di cooperazione internazionale nei Paesi in via di sviluppo. A Ravenna, per citarne una, esiste Takku Ligey, che in lingua wolof significa «Darsi da fare insieme» e che è stata fondata da Mandiaye N’Diaye, l’attore senegalese del Teatro delle Albe scomparso nel 2004. A Faenza, oltre a Mani Tese, va citata anche Amici Mondo Indiviso, attiva in Eritrea e Tanzania. In molti casi, invece, le Amministrazioni comunali si appoggiano ad associazioni che non hanno sede sul territorio locale: è il caso della Lvia di Cuneo per quel che riguarda i progetti sostenuti dall’Amministrazione di Bagnacavallo in Burkina o EducAid di Rimini, supportata anche dal Comune di Ravenna per alcuni progetti per le donne in Senegal. Abbiamo raccolto alcune testimonianze di chi in Africa c’è stato e non avrebbe paura a ritornarci. ROBERTO DI MANI TESE FAENZA «Mi ha dato molto fastidio la rabbia feroce che le hanno scatenato addosso. Spesso la mancanza di empatia e la non disponibilità all’ascolto portano a questo. Se poi si aggiunge che Silvia Romano è una donna ed è giovane, apriti cielo». Roberto Valgimigli, 36 anni, bancario, è consigliere di Mani Tese Faenza e anche di Mani Tese nazionale. In questi giorni, dopo il rapimento della volontaria milanese sequestrata in un villaggio a Ovest di Malindi, in Kenya, la mente è tornata dal viaggio che ha fatto tra agosto e settembre di quest’anno proprio in Kenya: «In Africa ero già stato dodici anni fa per seguire i progetti storici della mia associazione in Burkina Faso e poi nel 2010, per visitare quelli dell’associazione Volontaria di Bertinoro in Tanzania». Appassionato di cooperazione internazionale e sempre pronto a partire per il Sud del mondo, Roberto nei suoi viaggi non ha mai percepito tensioni e insicurezza, nemmeno quando è stato in villaggi molto simili a quello dove era Silvia Romano: «L’ultima volta sono stato nella contea di Nakuru dove ci sono progetti legati all’autonomia alimentare della popolazione, all’orticoltura, all’inserimento di animali stanziali. Cose che si capiscono solo stando lì. E allora mi chiedo: che cosa ne sa la gente del Kenya, di Silvia, di quel che ci spinge a partire? Non conosco personalmente questa cooperante ma posso dire che si va via quasi sempre con le precauzioni del caso, seguiti da cooperative o organizzazioni. Non siamo degli imprudenti». SIMONA: «UN PAIO DI OCCHIALI SALVANO LA VITA» E proprio da Ravenna parte spesso Simona Guarini, 44 anni, ottica di professione: «Se vai a fare volontariato in posti del genere è perché non hai paura e nel mio caso lo dimostra il fatto che sono partita anche quando ero incinta». Simona è andata per la prima volta in Tanzania nel 2007 con una fondazione che aveva la mission di monitorare un progetto nato all’interno di un ospedale del paese: «Sono partita per offrire la mia professionalità perché, in questi luoghi ‘difficili’, le malattie oftalmiche sono molto diffuse». Negli ultimi anni Simona ha cominciato a recarsi a Casamance, una regione del Senegal, al confine con la Guinea Bissau e il Ghana, con Amoa, una Onlus di medici di Bologna: «Ci occupiamo di fare prevenzione: in Africa anche attraverso un semplice paio di occhiali si può salvare la vita a una persona». Apertura dei laboratori, formazione del personale, screening ai bambini sono le attività realizzate sul posto dai medici: «Si tratta di progetti continuativi che, una volta avviati, necessitano di essere portati avanti e di essere autosostenuti». Ogni volta che è partita, Simona è rimasta una ventina di giorni: «Quando si parte, si cerca di capire al meglio la situazione politica del paese per non correre rischi. Anche se a me non è mai capitato di trovarmi in pericolo, quanto è accaduto alla volontaria in Kenya mi ha toccato parecchio. Le persone che vanno a fare volontariato in Africa ci mettono il cuore e, a volte, anche la vita». SARA: «NON C’E’ NESSUNA RAGIONE PER NON PARTIRE» Un’esperienza, quella del volontariato nel Sud del mondo, che Sara Goldoni, 35 anni, di Faenza, consiglia a tutti: «Secondo me tutti i giovani dovrebbero, almeno una volta nella vita, andare in un paese non occidentalizzato a dare una mano». Nel suo caso, è accaduto nel 2003 in Togo: «Sono andata ad aiutare la popolazione locale a piantare alberi per contrastare la deforestazione – racconta - ma siccome in quel periodo non piovve per niente, ci ritrovammo a organizzare laboratori ludico-ricreativi per i bambini nelle scuole dei villaggi». Antropologa, impiegata in un ente di formazione, Sara non è più tornata in Africa a fare volontariato: «Si tratta di esperienze molto impegnative a livello di tempo, ma estremamente formative. Il volontariato è una modalità per entrare in contatto con una cultura e una popolazione in maniera davvero autentica. Diffido, quando accade qualcosa di negativo come il rapimento di Silvia Romano in Kenya, da chi dice che si dovrebbe rimanere a casa e aiutare chi ha bisogno qua. Questo non è un buon motivo per non partire».
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