Da Lugo al Sudan, Scardovi: "Felice di lavorare qui"

Romagna | 06 Febbraio 2020 Mappamondo
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Silvia Manzani
«Una scommessa con me stesso». È così che Marco Scardovi, 34 anni, lughese, definisce la decisione presa lo scorso anni di lasciare il Cefal per lavorare con Avsi, l’organizzazione non governativa italiana che ha progetti attivi in 32 Paesi del mondo: «Era una a cosa a cui pensavo da tempo. Ho sempre nutrito una forte curiosità nei confronti del mondo e della complessità che lo caratterizza; laddove possibile ho cercato di farla prevalere sulla paura che ciò che non si conosce può generare. Al Cefal mi sono trovato bene e avevo un contratto a tempo indeterminato ma sentivo la necessità di ampliare i miei orizzonti e comprendere meglio sia il mondo che me stesso». Dallo scorso ottobre, dunque, Marco lavora nel Sud del Sudan, vicino al confine con l’Uganda, all’interno del dipartimento «Food Security e Livelihood», dove si occupa dell’implementazione di progetti in collaborazione con Unione Europea, Fao e Cooperazione Italiana: «Sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Forlì, per certi aspetti questo era il lavoro che sognavo, anche se non so per quanto tempo avrò la possibilità di farlo. Per il momento, comunque, sono felice della mia scelta, vedremo a che cosa porterà». Rispetto a ciò che gli manca, Marco potrebbe dire tutto e nulla: «È chiaro che mi mancano le persone che mi aspettano a casa, dai genitori agli amici, anche se in un certo senso la distanza sta contribuendo a rafforzare questi legami e dar loro una prospettiva diversa. Il punto è che mi sento fortunato ad avere la possibilità di seguire un percorso di questo genere e per questo lo accetto nella sua interezza. In alcuni frangenti le rinunce sono significative ma comunque un’occasione di crescita e, in quanto tali, estremamente utili». Partendo dal presupposto che gli operatori umanitari vivono in una condizione privilegiata rispetto alla gran parte della popolazione che cercano di supportare, la vita in Sudan è più dura rispetto a quella a cui Marco era abituato e per questo la sente per certi aspetti più vera: «In questi mesi ho avuto l’opportunità di vedere le cose attraverso un’altra lente, tanto le piccole cose legate al quotidiano quanto in relazione al senso e al valore che può avere la vita. Non mi ero mai reso conto, per esempio, di quanto la disponibilità di cibo (tanto in termini di quantità quanto di varietà) o di acqua siano un qualcosa da non dare per scontato. Per molti, purtroppo, non lo è. Dopo i primi due mesi passati in Sud Sudan ho perso 7 chili e rientrare, una volta a casa, in un supermercato mi ha fatto un effetto molto strano. Al di là delle frasi fatte, non mi ero davvero mai reso conto di quanto abbiamo e quanto sprechiamo. Ho inoltre avuto la possibilità di riscoprire piccole cose che avevo o dimenticato o nemmeno mai considerato. In compound non abbiamo elettricità né internet dalle 10 di sera alle 8 di mattina. Svegliarmi all’alba con il canto dei galli e non avere la possibilità di usare lo smartphone e connettermi subito, come molti fanno dopo aver spento la sveglia, mi ha fatto riscoprire il piacere della lettura o della scrittura. In una parola, del tempo. Nel weekend cerco invece di documentare ciò che vedo attraverso una passione che da sempre ho avuto ma su cui mai avevo seriamente investito: la fotografia». Un anno fa Marco aveva fatto volontariato a Lesbo, in Grecia, dove si trova il campo profughi di Moria: «In seguito a quell’esperienza, avevo lavorato sei mesi a Roma per una Ong italiana, Nove Onlus, che si occupa di progetti di empowerment femminile in Afghanistan. L’esperienza fatta al Cefal, dove mi occupavo di progetti d’inserimento socio-lavorativo rivolti a persone che hanno presentato richiesta di asilo e protezione internazionale, penso abbia comunque dato a me, così come a molti miei concittadini, la possibilità di vivere una parte di mondo attraverso gli occhi di chi, per volontà o per forza, ha lasciato il proprio Paese nella speranza di ricominciare la propria vita a migliaia di chilometri da casa». E anche in questi tre mesi, gli insegnamenti ci sono stati: «Nulla di eccezionale ma la consapevolezza che i rischi possano essere più elevati è presente, così come che cose banali quali un virus o un posto di blocco possano diventare rischiose. Per quanti problemi ci possa sembrare il nostro Paese abbia, penso sia il caso di renderci conto che c’è chi sta molto peggio. Credo anche ciascuno di noi sia in grado, a prescindere dal modo o dalla misura, di tendere una mano a chi ha bisogno: vicino o lontano, poco importa». 

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