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Covid, a Ravenna e Faenza medici stranieri in prima linea: "Così facciamo la nostra parte"

Romagna | 01 Febbraio 2021 Mappamondo
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Barbara Gnisci
«Ti senti isolata come se perdessi anche un po’ la voce, dici due o tre parole, quelle che sai, oppure fai silenzio, perché sono troppo poche quelle che conosci per esprimere quello che vorresti». Si sentiva così Olena Polishchuck, quando arrivò a Ravenna dall’Ucraina all’età di 11 e non conosceva la lingua italiana. Ora, che di anni ne ha 28, la sua voce è forte e accogliente e trova le parole giuste per tranquillizzare chi chiama la guardia medica anche solo per una rassicurazione: «Sono un medico della continuità assistenziale, dove riceviamo molte telefonate soprattutto nel fine settimana. A volte qualcuno chiama per chiedere delucidazioni rispetto a quanto ha sentito in tv. Per esempio, qualche giorno fa, ha telefonato una signora 80enne che voleva dei chiarimenti sul vaccino. Poi ci sono i pazienti abituali, da quando le telefonate vengono registrate al computer sappiamo quante volte ci chiama la stessa persona. C’è un signore che in un anno ci ha contattato 200 volte e ogni volta lo abbiamo ascoltato con la massima attenzione e accuratezza. Credo che accogliere e stare vicino ai pazienti faccia sempre più parte del nostro lavoro». Olena si trasferisce in Italia insieme alla sorella, per ricongiungersi ai suoi genitori arrivati un anno prima: «All’inizio per me è stato difficile, ma non l’ho mai raccontato alla mia famiglia, pensavo ai loro sacrifici per portarci qui e che anche a noi spettava fare degli sforzi. Mi sento completamente integrata da qualche anno, da quando riconosco l’Italia come il mio paese più dell’altro e da quando penso in italiano. Non si tratta di un riconoscimento esterno, ma della mia percezione di appartenenza». Finita la scuola, Olena si iscrive alla Facoltà di Medicina a Bologna: «Sono cresciuta sapendo che sarei andata all’Università, anche i miei nonni si sono laureati e i miei genitori sono entrambi plurilaureati, anche se purtroppo i loro titoli in Italia non hanno valore. Adesso mia mamma fa la segretaria e mio padre il camionista». Olena vuole diventare medico di base e sta seguendo un corso di medicina estetica: «Come medico di continuità assistenziale entro in contatto con molte realtà. In questo periodo stiamo lavorando molto di più e in rete con l’Igiene pubblica, il 118 e le Unità speciali di continuità assistenziale. Ma ciò che voglio fare è il medico di base. Mi sono sempre piaciuti gli ambulatori, perché sono dei punti di riferimento per le persone. È importante il contatto con i pazienti, in alcuni casi li segui da quando hanno 14 anni e così imparano a fidarsi di te, si crea un rapporto. Noi giovani medici siamo sempre più coscienti che il lavoro non è solo fare una prescrizione, ma che dietro c’è un forte approccio relazionale».

«IN CONTATTO CON TIRANA»
Ad andare a casa delle persone è Erjon Fejza, 32 anni, medico albanese che coordina in provincia di Ravenna le Usca che raggiungono le persone a domicilio per eventuali visite in presenza di sintomi sospetti e per eseguire i tamponi: «Ci capita spesso di trovare persone che quando arriviamo in casa ci vogliono offrire il caffè oppure qualcos’altro, che stanno vicino a noi mentre ci cambiamo sull’uscio della porta per poter chiacchierare. Noi siamo costretti a farli allontanare, ma ci rendiamo conto anche noi che si fatica a mantenere le distanze. Credo che l’essere umano abbia un istinto naturale verso il contatto e la vicinanza con l’altro». Erjon Fejza arriva a Bologna all’età di 17 anni, dopo aver finito le scuole superiori a Tirana: «Ero venuto in Italia per fare nuove esperienze, approfittando della presenza di una zia che si era trasferita qui precedentemente. Volevo diventare medico, questo era sicuro, ma solo con il tempo mi sono reso conto che questo era il luogo dove fermarmi e intraprendere la mia professione. A Bologna mi sono subito trovato benissimo e anche qui a Ravenna ho trovato grandi colleghi e grandi amici». Intanto la sua famiglia resta a Tirana: «Mio padre ha da poco avuto il Covid-19 e mi sono trovato a gestire da qui la sua situazione coordinandomi con l’infermiera domiciliare. Per fortuna adesso lui sta bene, ma questa vicenda mi ha fatto capire che il mio paese non ha ancora una chiara consapevolezza di quanto sta accadendo. Ci sono alcune persone che negano l’esistenza della pandemia, altre che sono restie all’uso della mascherina, e molti altri, proprio come mio padre, che non vogliono andare in ospedale e considerano il ricovero come l’ultima opzione da prendere in considerazione». Il dottor Fejza sembra apprezzare molto l’utenza con cui ha a che fare sul territorio: «Giorni fa un collega ci ha fatto vedere le foto e i ringraziamenti inviati da alcuni anziani pazienti che avevamo visitato nelle loro case. Questo è uno dei motivi per cui è bello fare il medico».

«AL MIO PAESE FIERI DI ME»
Anche Hui Qui, medico cinese di 25 anni, laureatosi a ottobre, che ha cominciato a esercitare la professione subito dopo l’abilitazione ottenuta nel mese di dicembre, è fiero del proprio lavoro: «Sono il medico di struttura di due Case residenze anziani che si trovano a Cotignola e ad Alfonsine e in più, in caso di emergenza, sono anche un medico vaccinatore. Sono l’orgoglio di tutta la mia famiglia. Mia madre, che al momento si trova in Cina, mi ha riferito che tutti, parenti, amici e l’intero vicinato sanno di me. Sono il primo dell’intera discendenza a essere diventato un dottore». Nato in Italia, Hui Qui trascorre la sua infanzia e giovinezza girando per tutta l’Italia: «Mio padre, e mio nonno prima di lui, ha fatto qualsiasi tipo di lavoro. Mio nonno arrivò nell’84, all’epoca era un’impresa uscire dalla Cina. L’Italia rappresentava il “sogno americano” per molti connazionali. Quella di mio nonno era una famiglia di contadini, tutt’altro che benestanti e all’inizio è stato difficile radicarsi sul territorio. Poi mio padre ha conosciuto mia madre, arrivata anche lei molto giovane, e si sono dati da fare per costruire insieme un futuro in questo paese. Sono riusciti ad aprire un ristorante a Schio, che purtroppo non ha retto alla crisi del 2004 causata dal virus Sars ed è stato chiuso. In quel periodo accadde una cosa simile a quella che si è verificata nei mesi scorsi, i ristoranti orientali sono stati i primi a rimetterci». Successivamente Hui con la sua famiglia arriva a Faenza: «Sono molto contento di aver cominciato subito a lavorare. Non conosco altri medici cinesi, ce n’è qualcuno in formazione, tra cui due amici e anche un mio parente. Spesso la gente mi guarda con un certo stupore, non ho mai percepito del pregiudizio nei loro occhi, ma di sicuro non passo inosservato». E alla domanda se è interessato a una formazione in medicina tradizionale cinese, il dottor Qui risponde così: «Le mie origini mi influenzano soprattutto nello stile di vita. In casa usiamo i classici rimedi della nonna come tisane e infusi per lenire i malanni. Prestiamo molta attenzione anche all’alimentazione. Credo che la medicina tradizionale cinese sia un’ottima forma di prevenzione, ma che nella cura si debba intervenire con la medicina occidentale. Esiste un proverbio cinese che dice che un bravo medico è un medico che ha pochi pazienti. Al contrario i dottori in Italia sono stimati proprio quando hanno tanti pazienti. Non so se mi specializzerò in medicina tradizionale cinese, al momento voglio diventare un otorinolaringoiatra».
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