Ciclismo, 30 anni fa l'oro olimpico del ravennate Andrea Collinelli; «Quel giorno in pista mi ha cambiato la vita»

Il 25 luglio 1996 Andrea Collinelli conquistava ad Atlanta la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, entrando nella storia del ciclismo italiano. Esattamente trent’anni dopo, a riportarlo su quella pista è sua figlia Sofia, ex ciclista professionista, che all’epoca non era ancora nata. Questa volta, però, al centro del racconto non ci sono soltanto tempi, record e risultati. È una figlia a intervistare il proprio padre e a chiedergli cosa ci fosse dietro quella medaglia: le paure, i sacrifici, le rinunce, la famiglia e le emozioni di un ragazzo di 27 anni che, in pochi minuti, si ritrovò sul tetto del mondo. Un dialogo tra due generazioni, ma soprattutto tra un padre e una figlia, per scoprire cosa sia rimasto, trent’anni dopo, di quell’Andrea sulla pista di Atlanta.
Sofia Collinelli
Stati Uniti, Atlanta, anno di gloria 1996. Dentro a una Olimpiade in corso di svolgimento dall’altra parte del mondo, c’è una città come Ravenna che resta sveglia per seguire un suo concittadino, Andrea Collinelli. Al termine di una giornata trionfale, il fresco 27enne strappa un oro memorabile nell’inseguimento individuale su pista che oggi, 30 anni dopo, rimane un indelebile ricordo per tutta la famiglia.
Se Collinelli dovesse raccontare alla figlia quel giorno senza parlarle di tempi, record o medaglie, cosa vorrebbe che lei capisse di quella vittoria?
«Vorrei che capisse soprattutto tutto quello che c’era stato prima. Dietro quella vittoria c’erano anni di sacrifici, allenamenti, rinunce e momenti difficili. L’Olimpiade è stata il coronamento di tutto quel percorso».
A chi andò il suo primo pensiero dopo la vittoria della medaglia d’oro?
«Il mio pensiero è andato subito a mia moglie e a mia figlia Ilaria, alla famiglia, ai miei genitori e a tutti quelli che mi stavano attorno. È stato come una liberazione, un’emozione grandissima: sono scoppiato in un grande pianto, ma anche in una grande gioia».
Per arrivare fino a quella pista, cosa aveva dovuto sacrificare il ragazzo Andrea?
«Sicuramente molte amicizie della gioventù, perché passavamo tanti giorni lontani da casa: più di 200 giorni all’anno in raduno. Ho sacrificato le amicizie e il tempo con la famiglia. Avevo già una bambina piccola ed ero sposato, quindi i sacrifici non sono stati soltanto miei, ma anche di mia moglie e della mia famiglia».
L’oro olimpico cambia una carriera e, inevitabilmente, anche una vita. Ma quella medaglia gli ha mai tolto qualcosa, oltre a tutto ciò che gli ha dato?
«No, penso di no. Perché, anche se per un periodo metti da parte qualcosa, se quella cosa vale veramente, prima o poi ritorna».
Dopo Atlanta, però, Andrea Collinelli non era più soltanto Andrea: per tutti era diventato «il campione olimpico». Ha mai sentito il peso di dover essere sempre all’altezza?
«Sì, sicuramente. Gli anni successivi non sono stati facili, perché ci si aspettava sempre la prestazione migliore da parte mia. Sono stati anni veramente pesanti e difficili. A ogni gara, a ogni Coppa del Mondo e a ogni meeting dovevo sempre essere al cento per cento. E questo non è facile».
Trent’anni permettono di guardare una vittoria con occhi diversi. Ma il ragazzo di 27 anni che aveva appena conquistato Atlanta era già consapevole della grandezza di ciò che aveva fatto?
«Lo capisci subito, perché l’Olimpiade è qualcosa di grandissimo. È un evento mediatico mondiale. Lo comprendi anche dai riconoscimenti che ricevi: dal Presidente della Repubblica, dal Coni, dagli sponsor e dai giornali. Capisci immediatamente di essere sul tetto del mondo».
Oggi gli chiediamo di guardare ancora una volta quel ragazzo sulla pista di Atlanta. Si riconosce ancora in lui?
«Sicuramente quell’Andrea è ancora qui. La capacità di fare sacrifici, la volontà di raggiungere gli obiettivi e il desiderio di preparare bene le cose fanno parte della mia indole. Quindi direi che il ragazzo di allora è anche il ragazzo di oggi».
Ed è proprio qui che il racconto sportivo torna a essere quello di un padre e di una figlia. Cosa ha cercato di trasmettere ai propri figli di ciò che aveva imparato inseguendo quell’oro?
«Ho cercato di trasmettere ai miei figli che non bisogna mai mollare e che, se hai veramente un obiettivo, prima o poi riuscirai a raggiungerlo. Non è una sconfitta che deve farti demordere. Al contrario, ogni sconfitta ti dà qualcosa in più per ripartire con un’esperienza migliore».
Proviamo a portare Andrea fuori dalla pista. Dopo una vita di vittorie, quale considera la più importante?
«Sportivamente, sicuramente l’Olimpiade, ma anche il campionato del mondo vinto il mese dopo con il quartetto, che compie gli anni in questo 31 agosto. Fuori dallo sport, direi mia moglie Romina e la mia famiglia. Mi sono sposato giovane con Romina, siamo sempre stati molto bene insieme e lo siamo tuttora, e questa è la cosa più bella della mia vita, lei insieme a me ha fatto tanti sacrifici
per i miei sogni, per noi e per la nostra grande famiglia che oggi conta tre figli. La famiglia è la cosa più bella della mia vita».