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Casola Valsenio, «San Donato Beach» di Fabio Donatini al Torino Film Festival

Romagna | 21 Novembre 2020 Cultura
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Federico Savini
«Volevo fare un saggio visivo sulla solitudine. Non sapevo da dove partire, poi mi sono accorto che bastava attendere Ferragosto a San Donato, prima periferia di Bologna, e uscire di casa. Era tutto già lì, nulla sua straordinaria bellezza, nella sua logorante malinconia. Ogni volta che mi trovavo a intervistare qualcuno cercavo di fargli dire quello che serviva a me. Ma loro, parlando d’altro, dicevano cose molto più interessanti». Cerca di raccontare tutto questo San Donato Beach, bel titolo del promettente nuovo film di Fabio Donatini, regista di Casola Valsenio che conosce benissimo il quartiere bolognese teatro delle riprese del suo ultimo lavoro, prodotto da Zarathustra Film e in concorso al Torino Film Festival, per il quale (l’edizione sarà naturalmente on-line, su MyMovies) verrà proiettato in streaming dalle 14 di sabato 21 e per le successive 48 ore.
«San Donato Beach è il risultato di un lavoro di squadra, come poi è sempre nel cinema - spiega Fabio Donatini - e attraverso Zarathustra Film mi avvalgo di una manciata di collaboratori fondamentali, senza i quali non avrei realizzato niente. Quello che cerchiamo di fare, come già tentato a Casola Valsenio col progetto “Abilissimi protagonisti” dedicato ai disabili, è rendere originale il racconto di situazioni e sentimenti che normalmente vengono raccontate in maniera monodimensionale».
Tant’è che il «lancio» di «San Donato Beach» fa capire che ci muoviamo tra il documentario e il cinema di fiction. E’ così?
«La struttura e il linguaggio sono quelli del documentario ma secondo me San Donato Beach non rientra in quella categoria. E’ un saggio visivo, un documentario musicale sulla solitudine. Il classico documentario mette l’obiettività nel rapporto con il mondo reale al primo posto e non è questo il caso. Ma San Donato Beach non è nemmeno un mockumentary, ossia un film di pura invenzione che viene “confezionato” come un documentario realistico; un genere, quest’ultimo, molto in voga da un po’ di anni. Noi mediamo fra queste cose».
In che modo?
«Siamo partiti da un’idea chiara, e cioè raccontare la solitudine nelle periferie, ma poi le interviste ci hanno in qualche modo indicato la via. Lo stile documentaristico rende tutto più credibile, anche gli spettatori vengono meglio coinvolti da un racconto di vita reale. Il rischio è quello di realizzare però un film piatto e monocorde, quindi per rendere più gradevole queste immagini letteralmente girate in un raggio di tre chilometri abbiamo usato in modo peculiare le musiche e cercato di ritrarre e raccontare il quartiere San Donato in modo nuovo, più surreale che iperrealistico».
Avete girato prima del lockdown?
«In gran parte sì, ma non del tutto, anche perché ci abbiamo lavorato due anni, per due intere estati. Insieme ad Antonello Grassi non avevamo una vera sceneggiatura, ma piuttosto l’idea di parlare della solitudine, coinvolgendo e intervistando persone che normalmente sono escluse dal mondo del cinema. E insomma, tra le loro fragilità e la scelta, nostra, di trascorrere due estati lontano dagli scenari tipici di quella stagione, in un certo senso abbiamo anticipato il clima del lockdown, che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, con le depressioni e le difficoltà del caso. Quando è partita l’emergenza sanitaria, in marzo, abbiamo capito che questa cosa paradossalmente avrebbe dato forza al nostro film, perché questa San Donato estiva che pare un western, con serrande chiuse e strade deserte, è un luogo nel quale si respira abitualmente aria da lockdown e le testimonianze di solitudine che avevamo raccolto potevano oggi venir comprese e condivise più di allora. Il fatto stesso di lavorare in lockdown, e qui mi riferisco in particolare al montatore, in qualche modo riversa sul film le ansie che si vivono; ne diventano parte».
Data la delicatezza nell’equilibrio tra ciò che avevi in mente e quello che poi è nato alla fine, quanto ti ha sorpreso il risultato finale?
«Avevo in mente un quartiere archetipico di periferia italiana, le cui anime vagano solitarie in questi campi lunghi. E’ una cosa che avevo immaginato modellandola sulle mie camminate e sul mio rapporto con il quartiere, ma volevo che i protagonisti fossero altri. Quindi, insieme sempre ad Antonello Grassi e al montatore Nicola Spaccucci abbiamo lavorato per trasformare in vere storie le immagini e le interviste agli abitanti di San Donato che hanno collaborato con noi, ciascuno con la propria solitudine, trascorsa fra bar deserti e mezze giornate passate a giocare con le macchinette. Mi hanno permesso di filmare la loro vita e, dopo le prime ritrosie, al passare delle ore star davanti a una macchina da presa è diventato normale per loro. Ad esempio uno degli intervistati mentre mi parla non fa che commentare le grazie delle ragazze che passano, un’altra protagonista racconta la sua solitudine attraverso la vicenda del suo mancato invito al Costanzo Show, un altro ancora è un ex ludopatico e comunica la sua solitudine ricordando di continuo quanti soldi ha perso al gioco».
Il tocco del regista?
«Più di tutto credo siano gli interventi musicali, in particolare spezzoni audio grezzi dal repertorio di Sanremo, con tanto di presentatore che annuncia. Ogni personaggio ha un mood musicale legato a quel mondo accaldato, solitario e disperato ma anche divertente che è San Donato. C’è un lontano richiamo al boom economico, un sostrato nazionalpopolare evocato dalle canzoni degli anni ’60 e ’70, che sapevano dire cose molto vere e raffinate con mezzi semplicissimi».
Dopo Torino avete qualche idea sulla distribuzione?
«Il festival di Torino è importantissimo, specie per il cinema d’avanguardia, e i film che selezionano poi vengono seguiti per trovare la migliore situazione distributiva. Questo film, a scanso di equivoci, è pensato per la sala e vorrei vederlo nelle migliori condizioni, senza fretta, mi piacerebbe fosse possibile per l’estate».
Il progetto sulla disabilità «Se il mio film avesse le ruote» prosegue?
«L’abbiamo quasi terminato, anche se in questo caso il Covid ci ha creato problemi. Abbiamo rapporti con la Regione e diversi Comuni per cui per gennaio avremo pronto il film, però abbiamo dovuto rinunciare ad alcune scene, perché la pandemia è arrivata non appena avevamo definito il piano di lavoro e ha impattato sulla possibilità di girare in particolare coi soggetti più deboli, ad alcuni dei quali purtroppo è molto dispiaciuto non poter girare. Comunque la maggior parte di quello che avevamo in mente sarà nel film».
Com’è adesso lavorare nel cinema?
«Riesco a fare agevolmente le cose più piccole, con le mascherine e le distanze, poi io alterno questo mestiere con un altro. Per quello che vedo, posso stimare che circa il 60% delle produzioni siano interrotte, anche perché occorrono assicurazioni ingenti per poter lavorare nei set in questo periodo e solo le grosse produzioni possono farlo. Si lavora in compenso sui restauri di pellicole storiche, dalla Cineteca di Bologna allo stesso Torino Film Festival».
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