Riccardo Isola – Quando un prodotto incarna non solo il paesaggio agro-culinario ma culturale. Stiamo parlando della Patata di Bologna Dop, con la sua varietà unica Primura. Questo è uno di quelli che richiamano in modo ancestrale la terra, filari ordinati, ma anche e soprattutto famiglie che da decenni la coltivano come un’eredità preziosa. Eppure, diciamolo, non sempre la ristorazione d’autore ha saputo coglierne il volto più elegante, sorprendente, perfino seduttivo. Perchè la patata è, assolutamente in modo errato, vista come prodotto povero, basico, quasi comprimario. Per questo «Taste Innovators – La versione dello chef», il nuovo progetto del Consorzio di Tutela Patata di Bologna Dop, intende «rovesciando la zolla» innalzare l’idea della patata come protagonista, o meglio al centro della scena gastronomica, in chiave gourmet. A dare corpo all’iniziativa ci sono sette giovani chef, talentuosi e creativi, scelti come ambasciatori della cucina territoriale contemporanea, quella capace di unire tradizione e sperimentazione senza forzature. Nei loro piatti la Patata di Bologna diventa gesto, memoria, texture, sorpresa. A fare da registi del racconto, con il loro linguaggio pop e immediato, ci pensano Giano Lai e Francesca Manunta di «Cosa mangiamo oggi», coppia funambolica della comunicazione culinaria, capaci di trasformare il lavoro degli chef in video vivaci e coinvolgenti, pronti a conquistare un pubblico attento alle nuove tendenze di cucina e di stile. Nella Bologna di Odd, lo chef Lorenzo Coccovilli firma «Dolceamara Bologna», presenta un piatto che sembra un manifesto affettivo alla città. Da Allegra, sempre sotto le Due Torri, Marco Meggiato porta la Primura in una dimensione inattesa con «La Primura Japan Style». A Santarcangelo, all’Osteria da Oreste, Giorgio Rattini immagina invece «L’insalata come Bologna sogna» titolo che è già una dichiarazione poetica. A Colognola ai Colli, la chef Silvia Banterle di Stilla sorprende con «Patata in cinque forme» un dessert che racconta la versatilità della Primura come poche altre preparazioni sanno fare. Uscendo dai confini regionali ecco Padova, nel bistrot Uva, Paolo Giraldo crea i «Ravioli ripieni di sorprese», giocando sull’attesa e sull’effetto sorpresa. A Milano, da Spore, Mariasole Cuomo intreccia influenze asiatiche e scandinave in un «Plin al tartufo di Patata di Bologna» mentre all’Osteria Lagrandissima Davide Esposito firma «Aligot o nastro dell’Amicizia», comfort food che si fa abbraccio. Una miscellanea di stili, culture e visioni in cucina che per il presidente del Consorzio, Davide Martelli «ci permette di trasferire valore alla Patata di Bologna Dop nel mondo HoReCa. Lo fa attraverso un pubblico competente e curioso, pronto a sperimentare. La ristorazione - prosegue - può aprire nuove opportunità, consolidando la Primura come ingrediente d’eccellenza nella cucina italiana contemporanea. Le ricette dei sette chef dimostrano tutta la versatilità della nostra varietà, la prima patata ad aver ottenuto la Dop in Italia e simbolo di una cultura che si tramanda da settant’anni nel segno dell’eccellenza». Alla fine, ciò che colpisce di più in questa operazione è la sua capacità di fare del quotidiano un racconto nuovo, di trasformare un prodotto umile in un ponte tra territori, storie e creatività. Per una volta e finalmente la Primura non accompagna, ma guida. E illumina una strada gastronomica che vale la pena continuare a percorrere. Il tutto made in Bologna.
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