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Basket B, tra schemi e teoremi ecco il mondo del "professor" Serra: "Rekico, la matematica risolve i problemi anche in campo"

Romagna | 06 Aprile 2021 Sport
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Valerio Roila
In matematica, le rivoluzioni sono eventi silenziosi. E dei riflessi propagati nella vita di tutti i giorni, potremmo non accorgercene. La matematica ci insegna che non c’è limite al genio della mente umana ed ancor meno limiti all’intransigenza del mondo. Così Alberto Serra, coach della Rekico ed insegnante di matematica in un liceo, è fedele ai dogmi scientifici ma duttile alla pratica del mondo reale. In bilico, tra creatività e rigore, in cerca di piccole rivoluzioni silenziose, a cavallo di due mondi, così vicini e così lontani.
Coach, cosa le piace della matematica e quanto le è utile per allenare?
«Ne adoro la razionalità, il fatto che aiuti a risolvere problemi e che necessiti di curiosità e ingegno per inventare nuove strade rispettando alcune regole. Trovo ci sia un parallelo profondo con il basket, perché sul parquet ci si ritrova davanti ad una serie di problemi da risolvere. Di diverso c’è il movimento, l’espressione fisica, ma la testa lavora in modo similare».
Anche se la pallacanestro è molto di più che cifre e schemi.
«È una generalizzazione pensare di semplificare il basket basandosi solo sui dati. Per trovare le risposte giuste nel minor tempo possibile bisogna allenarsi e migliorarsi continuamente. Abituare il corpo alla ripetizione dei movimenti, per rispondere al meglio non solo alle situazioni atletiche e fisiche, ma anche a quelle psicologiche, quando si è sotto stress. È un’impresa affascinante».
Chi o cosa l’ha portata su una panchina ad allenare?
«È stato un percorso naturale: da giocatore non ero dotato di un fisico importante, quindi ero costretto a lavorare di concetto, con la testa, se volevo fare le cose prima degli altri. Così ho sempre avuto questo desiderio e sempre pensato che, finita la carriera da giocatore, avrei continuato a divertirmi allenando».
Si ispira a qualcuno in particolare quando allena?
«Ho la fortuna di avere tanti mentori: i capi allenatore quand’ero assistente, amici, colleghi di corso e dirigenti. E vivo in un’epoca in cui internet offre la possibilità di arricchirsi con clinic dei più grandi coach del mondo. Perché, ed anche questa è una similitudine con la matematica, per allenare bisogna restare curiosi, continuare a formarsi ed ammodernarsi, ascoltando gli altri. C’è sempre da imparare e, come la matematica, il «coaching» non è materia fatta e finita».
Meglio allenare in prima persona in Serie B o fare da vice in A2?
«Sono entrambe esperienze da vivere. Per me fare fa vice è stato un passaggio formativo, sia per l’ambiente che per le persone incontrate. Mi ha aperto la mente sulle esigenze di un capo allenatore, che è preso dalla partita e deve pensare a cose diverse».
Se domani arrivasse un emiro innamorato di Faenza a comprare i Raggisolaris, dandole un budget illimitato per fare la squadra, a quale giocatore telefonerebbe per primo?
«Sparo alto e dico Lebron James. Non per vincere facile né perché mi entusiasmi sul piano tecnico, ma ho la sensazione che abbia un’etica del lavoro e una voglia di vincere inimitabile, e che sappia trasmetterle ai compagni, elevandone il livello».
State disputando un campionato sopra le aspettative. Dica la verità, qualche volta fa anche lei sogni da tifoso, immaginando di vincere i play-off?
«Le ambizioni le abbiamo tutti, ma proprio per questo mi impongo di pensare solo al presente, a quello che mi serve per allenare bene stasera. Non voglio sprecare risorse per i viaggi mentali, cerco piuttosto di trovare i mezzi per raggiungere gli obiettivi».
Siete quarti in classifica, ma dovrete affrontare le prime tre in trasferta. Esiste un teorema per batterle?
«Forse un assioma, o un postulato: il lavoro paga sempre. Banale ma vero, come il teorema di Pitagora».
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