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Basket B, è Filippini il centro di gravità della Rekico: "La Fortitudo, Massa e... il peso: ora sotto con Faenza"

Romagna | 28 Giugno 2020 Sport
Valerio Roila
«Una volta che abbiate conosciuto il volo - amava riflettere Leonardo Da Vinci - camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare». Sarà per quello che il percorso del nuovo centro della Rekico, Giacomo Filippini, dopo aver vissuto in giovane età un contesto «nobile», da alte aspirazioni, come quello della Fortitudo Bologna, è costellato di piazze con una storia ed una passione fuori dal comune, capaci di elevare ambizioni e rendimenti, di portare il cuore oltre ostacoli terreni e renderli adatti per il decollo. Il cielo blu, anzi biancoblu, regno dell’Aquila felsinea, «Jack» lo toccò con un dito a vent’anni, in una versione temporanea, nel biennio di «zona d’ombra» tra la radiazione e la ricostituzione societaria, ma con compagni di viaggio di lignaggio, come Brett Blizzard, Marque Perry o coach Markovski: «Era la prima volta - ricorda Filippini - che mi confrontavo con un ambito professionale, per approccio alle partite e contesto fuori dal parquet. Markovski lavorava tanto coi giovani (con lui il play Montano, ex Ravenna, e Ferrero, ora in A1 a Varese, ndr) e ci buttava spesso in campo. Fu così che segnai i miei primi punti in A2, contro Forlì».
E pensare che nacque tutto dalla necessità di tenere sotto controllo il peso: «Già. I miei genitori mi avevano spinto a giocare a minibasket, ma non fui subito attratto dal gioco. Da ragazzo ho provato tanti sport, anche quelli di lotta. Poi lasciai tutto, ma data la mia struttura fisica stavo ingrassando troppo. Così riprovai il basket, a Massa Lombarda, e stavolta non smisi, anche se l’obiettivo di perdere peso l’avevo raggiunto».
Anche perché i risultati confortavano ed arrivò la chiamata di San Severo, posto dove la passione raggiunge livelli insoliti e dove giocò con De Fabritiis, che ora potrebbe ritrovare a Faenza. Fu per lei la prima volta così lontano da casa, tra l’altro a campionato iniziato: «Sì, partii a gennaio senza sapere cosa aspettarmi, ma andò tutto per il meglio e vincemmo due campionati, C regionale e C nazionale, diventando i beniamini della tifoseria». Un’altra promozione l’ha vissuta a Lugo, dove vinse la serie C, e l’anno dopo, in B, non solo incrementò le cifre, ma iniziò anche a tirare da tre punti. Come nacque l’idea di questo suo allontanamento da canestro? «Fu un’intuizione di coach Gigi Galetti, che lavorò sul mio gioco da esterno e mi consentì di esplorare un’ulteriore arma offensiva a mia disposizione. Da parte mia asciugai il fisico, misi massa muscolare e le cose andarono bene anche a livello di squadra, con una salvezza miracolosa raggiunta con una rosa giovanissima e senza esperienza».
Lugo fu trampolino per le stimolanti esperienze di Padova e Vigevano. Quali sono stati i lati positivi e negativi di queste due annate? «In Veneto ho trovato un ambiente famigliare, ho vissuto in una bella città e sono stato davvero bene con tutti, ma essendoci molte alternative a Padova, il basket ha pochi fan. Al contrario a Vigevano il pubblico è molto caldo con la squadra, con annessi e connessi, ovvero stimoli e pressione. La società è ben organizzata, con uno staff di categoria superiore, ed eravamo ben seguiti. Il lato negativo è stato il mix non adeguato di caratteri nel roster: è mancata la classica chimica». E ora Faenza, un’opportunità da cogliere al volo: «Sì, infatti è stata una trattativa rapida. Amo il progetto dei Raggisolaris, che stanno cercando di costruire una rosa quasi a chilometro zero, con elementi che abbiano voglia di progredire. Mi pare che i presupposti per ora siano molto positivi: aspettiamo gli ultimi colpi per chiudere la rosa, ma credo stia nascendo un’ottima squadra».
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