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Basket A1 donne, la veterana Schwienbacher: «E-Work Faenza, la nostra stagione merita un 10 però il mio futuro è ancora da decidere»

Romagna | 13 Maggio 2022 Sport
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Luca Alberto Montanari
Sei anni indimenticabili, con due promozioni da urlo e una salvezza appena ottenuta, che potrebbe anche rappresentare la chiusura di un cerchio e di un matrimonio speciale. Dal buen retiro di Merano, dove sta trascorrendo qualche giorno di relax («faccio la tifosa, ne approfitto per andare a vedere mia sorella Diana, che deve giocare i playout di A2 con Bolzano»), la voce squillante di Licia Schwienbacher arriva forte e chiara dopo una stagione cominciata piano (anche per colpa di un infortunio) e terminata a braccia alzate. La numero 4 dell’E-Work, veterana di un gruppo che in estate verrà potenziato per provare ad alzare l’asticella, risponde a tutte le domande sul passato e sul presente, ma preferisce glissare sul futuro: «Valuteremo insieme. La mia idea? Al momento è che non posso rispondere. Penso di aver dimostrato di poterci stare, in A1, ma ancora non so dove sarò l’anno prossimo. Entro una o due settimane decideremo». La sensazione è che possa essere anche finita qui, ma per il futuro c’è tempo. Occhi e mente, allora, puntano il passato e un’altra stagione da ricordare.
Schwienbacher, ha chiuso la sua sesta stagione con la maglia di Faenza. Che annata ha trascorso?
«Un anno pieno di emozioni, tra alti e bassi, ma alla fine meraviglioso. In A2 eravamo abituate a giocare per vincere ed effettivamente vincevamo quasi sempre, mentre in A1 cambia completamente la prospettiva e, soprattutto all’andata, non è stato facile. Ma siamo cresciute tutte insieme sul campo e, nel girone di ritorno, abbiamo giocato alla pari anche contro le più forti».
Qual è stata la difficoltà più grande al primo anno di A1?
«L’approccio fisico e mentale è stato complicato nei primi mesi. L’approccio fisico perché in A1, contro le migliori giocatrici che militano in Italia, viene richiesto uno sforzo maggiore e i contatti sono più duri. L’approccio mentale perché i ritmi sono più alti e la palla si muove più velocemente. Poi non è stato facile adattarsi alle sconfitte, ma noi siamo sempre state brave a resettare».
Dopo un anno e mezzo di chiusure o di forti restrizioni, avete anche ritrovato un Bubani caloroso e praticamente pieno. Da faentina «adottiva» cosa ha significato?
«Questa è stata la seconda svolta, perché nel girone di ritorno il palazzetto è tornato ad essere di nuovo pieno come tre anni fa, come quando giocavamo gli spareggi contro le squadre di A1. Rivederlo pieno di tifosi e così passionale è stato un colpo al cuore, bellissimo».
A livello squisitamente personale, che anno ha vissuto?
«Diciamo che iniziare la A1 con un infortunio non era nei piani, sono stata fuori un mese per uno strappo al polpaccio per fortuna non grave, nulla in confronto a Franceschelli. A parte questo, mi sono trovata bene, mi è piaciuto, sono una grande lavoratrice e sono riuscita a migliorare e a prendermi diverse soddisfazioni. Sì, dai: sono stata abbastanza soddisfatta. Alla squadra do un 9.5 anche 10, però personalmente non saprei che voto assegnarmi».
Qual è stato il momento più difficile? E quello più soddisfacente?
«Il momento più difficile è stato l’inizio, perché non sai bene come comportarti e non sai bene cosa fare. Ne fai una giusta e magari ne sbagli tre. La cosa più bella della stagione, invece, è stata a fine anno, quando ho visto che, a prescindere dall’avversario, eravamo unite e vincevamo».
C’è una partita speciale?
«I playout, le due gare contro Broni. Abbiamo dimostrato di essere da A1. Ma anche con San Martino, Campobasso, Lucca. Siamo sempre cresciute».
In questi sei anni, cosa le ha dato Faenza?
«Quando sono arrivata ero una bambina, a Faenza sono innanzitutto cresciuta come donna e ho vissuto tutti i miei step personali e da giocatrice. Faenza mi ha dato tanto come città e come società. La città è sempre stata al nostro fianco, anche durante il Covid, mentre la società ha dimostrato di essere una grande famiglia».
Meglio vincere un campionato o salvarsi in A1?
«Sono due sensazioni diverse. La promozione è una vittoria effettiva, un salto di categoria, una felicità immensa, che festeggi e ti apre una porta nuova. La salvezza è un traguardo enorme, soprattutto se raggiunto da neopromossa. Diciamo che le promozione le ho viste come un qualcosa di speciale, mentre sulla salvezza di quest’anno non avevo dubbi: ero sicura che ce l’avremmo fatta».
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