«Slipknot’s Last Song» è il nuovo film semi-documentaristico del regista castellano Fabio Donatini, girato in pieno lockdown

Romagna | 16 Gennaio 2023 Cultura
Federico Savini
«L’unico modo per fare qualche cosa di diverso, e certamente più vero, rispetto a tutti i film che raccontano il lockdown, era di annullare ogni filtro e mostrarsi, davanti alla camera, per come si era davvero. Quindi crisi vere per rendere credibili poi anche gli entusiasmi veri». È intimamente «sperimentale» (termine di cui di solito si abusa) il cinema di Fabio Donatini, regista contesto tra Casola Valsenio e San Donato bolognese che a fine novembre ha presentato, in anteprima al cinema Galliera di Bologna, il suo nuovo film Slipknot’s Last Song (l’ultima canzone dell’impiccato), che fa idealmente da seguito a quel San Donato Beach che Donatini portò per festival l’anno scorso, documentando le solitudini della periferia bolognese in piena estate. Questa volta sotto la sua macchina da presa (di fatto sotto l’occhio degli smartphone dei cinque protagonisti) c’è finita la cronaca più nuda e cruda possibile degli effetti del lockdown su persone che hanno vissuto sole per mesi. Un budget risibile, di appena 1000 euro, per un progetto complesso e rischioso. Di quelli che si smarcano dalle narrazioni più retoriche; di quei rischi che ha senso correre.
«Sottolineo che in questo caso più che mai - dice Donatini - il lavoro non può considerarsi “mio” ma assolutamente di un gruppo. Non si lavora da soli nel cinema e nel caso di un progetto simile gli attori che mi gravitano intorno e sono i protagonisti del film sono stati a dir poco fondamentali».
In tanti hanno fatto film sul lockdown. Quando e perché hai deciso di farlo?
«Guardando i social in quei giorni qualcosa non tornava. Ne ho parlato anche con gli attori ed era chiaro che la retorica dell’“andrà tutto bene” era una necessità narrativa. Comprensibile a fin di bene, sia chiaro, ma davvero troppo orientata in modo da edulcorare la sofferenza sostituendola con canti dai balconi e torte fatte in casa… Volevamo raccontare il lockdown in modo diverso. Stavamo già girando San Donato Beach, che è quasi un western sulla solitudine in grandi spazi all’aperto. Il lockdown è stato un’occasione per invertire lo scenario, con la solitudine protagonista in piccole stanze riprese dai cellulari».
E come si filma questa solitudine?
«Ho chiesto agli attori di documentare essenzialmente tre cose. In primis ansia e momenti di crollo. Poi però anche le riprese, l’emozione aleatoria dell’ottimismo che ritorna. E poi i momenti di ilarità inconsulta, di micro-follia domestica, di balletti e discorsi assurdi. Ho chiesto il punto tragico, quello medio e quello folle, di puro intrattenimento. Alcuni di loro hanno documentato crisi molto forti, con comprensibili remore a condividere i filmati».
Per San Donato Beach ti dovesti guadagnare la fiducia dei personaggi per poter riprendere le loro vite. Con il lockdown invece la webcam era la nostra finestra sul mondo. E dalla nostra cameretta la realtà può essere artefatta, trasformata in ciò che vorremmo. Come l’hai evitato?
«È stata la parte più difficile, quella davvero sperimentale. Gli attori recitavano all’inizio, ma non erano davvero loro stessi, erano influenzati dai media e dalle cose che dici. Il nostro patto era di mostrare anche il peggio di loro stessi. Ci saranno voluti dieci giorni per vedere dei video “giusti”, nel senso di reali, poco curati ma molto intensi. Hanno perso progressivamente la necessità di apparire “presentabili” e ordinati. La fiducia è arrivata comprendendo come questi filmati sarebbero stato tra i pochi a raccontare veramente il lockdown. E condividere tutto su un cloud comune p stato d’aiuto per andare avanti insieme. Vedere la crisi altrui può essere terribile ma anche essere d’aiuto».
Quanta «regia» c’è in un progetto che, forse anche più del solito, tende al documentaristico?
«Bisogna “negoziare” con lo spettatore e la regia è indispensabile in un simile esperimento. Anche io compaio, proprio come regista che dà indicazioni e si lamenta delle difficoltà degli attori nel mantenere i patti. Di conseguenza ci sono scelte di “storytelling” nel montaggio. E uso anche la musica, brani famosissimi da Gershwin a Vivaldi suonati al piano da Alessandro Guidi e contestualizzati in modo anche spesso ironico nel film. Cerco anche di far sorridere con questo film e pare sia l’aspetto meglio colto dalle persone che l’hanno visto in anteprima. Ci sono momenti di follia quasi demenziale, una schizofrenia che porta gli attori dall’odio all’amore in poco tempo. Suscita un riso amaro, figlio di una riflessione profonda sull’esistenza».
Ci sarà una prima ufficiale?
«Probabilmente in gennaio, sempre al Galliera, a Bologna, non sappiamo ancora la data».
Ci sarà davvero un terzo film per una trilogia della solitudine?
«C’è un progetto a cui lavoriamo con i piedi di piombo. Il tema, delicatissimo, sarà quello del suicidio. Comprendiamo il timore nel trattare questo tema e vorremmo provare a usare anche l’ironia in un territorio che sappiamo bene essere spigolosissimo. Il rischio di fare il passo più lungo della gamba c’è. Ma è anche vero che raccontare la solitudine eludendone il possibile esito più drammatico sarebbe forse un percorso incompleto. Cercheremo di entrare con tutte le accortezze in un mondo certamente intimo, ma guardando ai dati purtroppo non più così raro».
 
 
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