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Afghanistan, la viceprefetto ravennate Mancini: «Una rete di mediazione per i 25 profughi»

Romagna | 15 Novembre 2021 Mappamondo
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Fabrizia Montanari
Alla fine di agosto, in seguito alla crisi che ha ripristinato in quel paese il governo dei talebani, dall’Afghanistan sono arrivati in Italia circa cinquemila profughi con un ponte aereo da Kabul e a fronte di questo numero ingente il Tavolo Asilo, il coordinamento nazionale che riunisce tutte le organizzazioni italiane che si occupano di rifugiati, lo scorso settembre ha chiesto al Governo di farsi promotore in Europa di un programma di reinsediamento di profughi afgani, offrendo loro la protezione temporanea e pari trattamenti all’interno dell’Unione europea. (fonte: rivista Internazionale). Nel frattempo, ai Comuni è stata chiesta la disponibilità a collaborare all’accoglienza di queste persone (ricordiamo che il Sai, Sistema accoglienza e integrazione nazionale si basa sulla volontarietà degli enti locali nella partecipazione alla rete dei progetti di accoglienza) e per fare il punto sull’attuale situazione dei rifugiati afghani nel Comune di Ravenna abbiamo interpellato il viceprefetto aggiunto Rosaria Mancini, in carica dal 2018, dopo oltre vent’anni trascorsi a Ravenna dove ha ricoperto incarichi in materia di immigrazione, protezione civile, ordine pubblico e depenalizzazione. «A partire dal 2013 - esordisce Mancini – prima cioè dell’emergenza dello scorso agosto, gli afghani presenti sul territorio erano una quindicina, numero che si è mantenuto più o meno costante e a cui si sono aggiunti, negli ultimi due anni, anche somali e iracheni di ritorno in Italia, provenienti non dai loro Paesi d’origine, ma da altre nazioni europee come la Francia ad esempio o la Germania, nelle quali erano stati inviati in un primo momento, ma dove non hanno avuto riconoscimenti. A partire dall’agosto di quest’anno invece, i voli umanitari hanno portato a Ravenna 43 persone dall’Afghanistan, 12 delle quali sono subito partite alla volta di altre destinazioni già concordate, tra cui una coppia di ricercatori che, una volta ottenuto il permesso, hanno raggiunto le rispettive Università. Poi un nucleo familiare di 4 persone con un figlio interprete, che ha raggiunto la Lombardia per inserirsi in un progetto di II livello (Il Sai si sviluppa su due livelli di servizi: il primo è riservato ai richiedenti asilo, ed è basato sull’assistenza materiale, legale, sanitaria e linguistica; servizi di secondo livello sono invece riservati ai titolari di protezione e hanno anche funzioni di integrazione e orientamento lavorativo, nda). Al momento - prosegue la viceprefetto - si contano sul territorio della provincia 25 afghani: una coppia a Ravenna, due ragazzi giovani con elevata scolarizzazione, lui afghano e lei marocchina che lavoravano in una multinazionale e che dimostrano di volersi integrare in Italia, tanto che stanno cominciando ad imparare la lingua; 4 ragazzi e 3 nuclei familiari molto numerosi sono inseriti in una struttura a Riolo Terme. Nel percorso di accoglienza di alcune di queste persone tuttavia – osserva Mancini – capita di dover far fronte a radicate differenze culturali che le portano a rifiutare di integrarsi nella nostra realtà e per riuscire a superare resistenze così radicate sarebbe necessario un lungo lavoro di mediazione. Lavoro che non si riesce a fare, perché siamo in pochi a gestire questa situazione. Alla Prefettura si affiancano i Servizi sociali del Comune, ma avremmo necessità di trovare altre forze sul territorio dell’Unione, magari facendo appello alle associazioni di volontariato per creare una rete di aiuti; a Ravenna c’è, ad esempio, l’Albo delle Famiglie Accoglienti e penso potrebbe essere molto utile trovare volontari che mettessero a disposizione qualche ora per aiutare i rifugiati a conoscere il territorio, orientarsi e capire come funzionano le cose nel nostro Paese».
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